Vino Bivongi DOC

Vino Bivongi

Tra i prodotti tipici offerti dalla Calabria, vi sono ben 12 vini che si forgiano della Denominazione d’Origine Controllata (DOC).
Tra questi troviamo anche il vino Bivongi, un vino “dall’anima schietta, forte e gentile, come lo spicchio di Calabria in cui è prodotto, che digrada dalle Serre fino allo Jonio”.

Il segreto della produzione del vino Bivongi sta nella tradizione, nel clima e nella qualità delle uve scelte.
Questo vino prodotto in provincia di Reggio Calabria, nel territorio dell’antica Enotria, è considerato un elisir di lunga vita.

La sua storia e le sue terre hanno radici nella Magna Grecia.
Inoltre, antichi documenti ritrovati nel Regio Archivio di Napoli attestano che il Monastero greco-ortodosso di San Giovanni Therestis nel 1450 produceva ed esportava oltre centomila litri di vino.
Molto apprezzate sono risultate, soprattutto nel XX secolo, le produzioni di vini robusti con gradazione alcolica sostenuta. Accanto a questi, vi era una produzione di passiti che rendeva i prodotti vinosi di Bivongi unici ed apprezzati nel comprensorio e nella provincia di Reggio Calabria. Accanto al vino, uguale fama avevano le persone specializzate nell’arte della coltivazione della vite: potatori, innestatori nonché i “maestri” della preparazione del vino.

Il vino Bivongi ha ottenuto il riconoscimento DOC da parte dell’Unione Europea soltanto nel 1996. Si produce sul versante orientale della Catena delle Serre, nella bassa valle del torrente Stilaro a ridosso dei comuni di Bivongi, Caulonia, Monasterace, Riace e Stilo nella provincia di Reggio Calabria, e nel comune di Guardavalle in provincia di Catanzaro.

Il vino Bivongi è prodotto nelle versioni Bianco, Rosso (anche Riserva e Novello) e Rosato ed è un vino che si abbina perfettamente con i sapori forti e decisi dei prodotti e dei piatti tipici calabresi. Si può gustare il vino bianco in abbinamento con antipasti, piatti a base di pesce, verdure, formaggi giovani e uova, mentre il Rosso e il Rosato si accompagnano bene con primi, secondi di carne, formaggi maturi e salumi tipici.

Nella produzione del vino Bivongi qualità rosso, vengono utilizzati tra il 30 ed il 50% uve di vitigni del tipo Gaglioppo e Greco nero. Nero d’Avola e Castiglione per il restante 30-50% e altri vitigni a bacca nera per un massimo del 10% della massa totale. Così composto il vino acquisisce una gradazione minima totale del 12°.
Si presenta di colore rosso intenso tendente al granato nella qualità Riserva, che viene invecchiata per almeno 2 anni.
Il rosato invece viene sostanzialmente prodotto con l’utilizzo degli stessi vitigni utilizzati nella produzione del rosso, ma con l’aggiunta di vitigni a bacca bianca per un massimo del 15% della massa totale. Ne risulta dunque una gradazione minima totale intorno al 11,5° ed un colore rosato più o meno intenso dal gradevole sapore vinoso e fruttato.
Il Bivongi qualità bianco si ottiene mescolando il 30-50% di vitigni del tipo Greco bianco e/o Guardavalle, con Malvasia Bianca e/o Ansonica, anch’essi tra il 30-50% e altri vitigni della zona a bacca bianca in quantità non superiore al 30% della massa totale. Il vino così ottenuto avrà una gradazione alcolica minima del 10,5° che gli conferisce un colore paglierino ed un sapore secco.

Prosciutto crudo di San Lorenzo Bellizzi

Prosciutto crudo di San Lorenzo Bellizzi

Quando si parla di prosciutto crudo, vengono in mente molte varietà di questo salume, molto note a livello nazionale.
Ma anche la Calabria ha tra i suoi prodotti tipici un prosciutto crudo degno di nota.

Si tratta del prosciutto crudo di San Lorenzo Bellizzi, uno dei prosciutti calabresi più noti e rinomati.
È realizzato nel territorio del Pollino di San Lorenzo Bellizzi, in provincia di Cosenza, da cui trae la denominazione.

Questo particolare prosciutto si ottiene da cosce di suino bianco, che viene macellato nei mesi più freddi dell’anno, tra dicembre e febbraio.

Il suino, fortemente adattato agli ambienti poveri della Calabria, nel corso degli anni ha subito un forte decremento numerico , soprattutto dopo gli anni ’70.
La carne di maiale è stata per secoli una vera protagonista dell’alimentazione dei calabresi. Basterebbe ricordare quanto rilevano le “Statistiche murattiane” relativamente al “cibo ordinario” della Calabria Citeriore (una regione un pò più estesa dell’odierna provincia di Cosenza) nei primi anni dell’Ottocento.
La classe dei contadini si cibava raramente di carne: solitamente questa era preparata la domenica, e di frequente nel periodo di carnevale.

L’alta montagna, l’inverno freddo e le altre stagioni fresche ed umide, gli alimenti naturali (ghiande e castagne) somministrati ai suini, favoriscono la produzione di un tipo di prosciutto crudo unico nella regione e conferiscono caratteristiche organolettiche molto particolari.

Il prosciutto crudo di San Lorenzo Bellizzi è un prosciutto di forma compatta, dal peso solitamente compreso tra i 10 e i 18 kg, con una stagionatura che va da un minimo di 12 ad un massimo di 20 mesi.
Al taglio la carne si presenta di colore rosa pallido, con netta evidenziazione dei muscoli e delle trame grasse, ricoperto per la maggior parte dalla cotenna di colore marrone scuro e dal pepe.
Il sapore di questo prosciutto crudo è delicato e tendente al dolce, con un profumo intenso.

Pomodoro di Belmonte

Pomodoro di Belmonte

Tra le “meraviglie della Calabria”, tra le sue squisitezze gastronomiche, troviamo anche il Pomodoro di Belmonte.

Belmonte Calabro è un piccolo borgo della riviera tirrenica Cosentina, situato in una bella posizione sull’alto di una rupe affacciata sul mare.
Grazie al suo clima e alla qualità dei suoi terreni, il Pomodoro di Belmonte, già inserito nell’elenco dei prodotti tradizionali di Calabria, è stato valorizzato con l’adozione della De.Co. (Denominazione Comunale) dal 2003.

Il Pomodoro di Belmonte, originario delle Americhe, fu portato in Italia all’inizio del XX secolo per mezzo di Guglielmo Mercurio, un emigrante originario della cittadina Calabrese di faceva ritorno dagli Stati Uniti.
Il particolare clima e la conformazione territoriale fecero assumere al prodotto, con il passare del tempo, le caratteristiche che oggi lo contraddistinguono.

Il Pomodoro di Belmonte si presenta con la tipica forma allungata con accenno a goccia, ingrossato nel mezzo.
Caratteristiche di pregio di questo prodotto sono la facile conservazione, la colorazione e la consistenza della polpa, mai acidula.

È possibile trovare il Pomodoro di Belmonte in due diverse varietà:

  • Il “Cuore di Bue”, nella sua forma caratteristica asimmetrica, è il più apprezzato dai consumatori poiché presenta una buccia sottile, la struttura interna compatta, la polpa soda-grumosa ed una colorazione rosa acceso. A differenza degli altri pomodori matura dall’interno verso l’esterno e presenta pochissimi semi : da questo ne deriva la particolare dolcezza che lo caratterizza.
  • Il “Gigante” presenta un diametro maggiore o uguale a quello longitudinale, costolature più marcate e la tipica forma del pomodoro da insalata. Raggiunge enormi dimensioni che variano dai 400 gr, al 1,5 kg, ma alcuni esemplari possono superare anche i 3 kg.

Il legame indissolubile con il territorio è un vantaggio competitivo che pone la zona di coltura del Pomodoro di Belmonte, in una condizione di superiorità rispetto ai potenziali concorrenti.

Le colline declinanti verso il mare, proteggono dal freddo e dal vento e scaldano le colture, come anche il mare. Il clima mite favorisce i trapianti anticipati e il sottosuolo ricco di sostanze nutritive, con un buon livello di acidità, il giusto livello pluviometrico del comprensorio, agevolano l’allevamento delle piante di Belmonte. A ciò si aggiunge l’adattabilità del pomodoro alle più diverse condizioni di terreno e di quota altimetrica.

Ma è la conservazione delle caratteristiche genetiche che rende unico il Pomodoro di Belmonte: questo è il frutto del sapiente e tradizionale lavoro dei coltivatori che permette all’ecotipo di conservarsi in purezza.

Il rischio che questa coltura tanto legata al territorio possa essere dismessa è elevato.
Da qui è nata l’idea di costituire la Comunità del cibo del Pomodoro di Belmonte per far conoscere questo ecotipo e le sue caratteristiche gastronomiche ad un numero sempre crescente di persone.

 

La Patata della Sila IGP

Patata della Sila

La Patata della Sila è una varietà di patata coltivata sull’altopiano calabrese, ad un’altitudine di 1.200 metri, nell’ambiente incontaminato del Parco Nazionale della Sila.

La zona di produzione della “Patata della Sila” comprende esclusivamente il territorio dei seguenti comuni: Acri, Aprigliano, Bocchigliero, Celico, Colosimi, Longobucco, Parenti, Pedace, Rogliano, San Giovanni in Fiore, Serra Pedace, Spezzano della Sila, Spezzano Piccolo, in provincia di Cosenza, ed i comuni di Albi, Carlopoli, Cicala, Confluenti, Decollatura, Magisano, Martirano, Martirano Lombardo, Motta S.Lucia, Serrastretta, Sorbo San Basile, Soveria Mannelli, Taverna in provincia di Catanzaro.

Il terreno ricco di potassio, l’irrigazione con acqua di sorgente e un microclima con forti escursioni termiche le conferiscono caratteristiche uniche.

La forma può essere tonda, tonda-ovale o lunga ovale, in base alla diversa varietà, con buccia resistente dopo lo sfregamento.
Caratteristica distintiva è la presenza di una percentuale di amido superiore alla media ed una polpa compatta, con un’alta percentuale di sostanza secca che ne garantisce le alte qualità culinarie ed una particolare indicazione alla frittura.
Le sue caratteristiche la rendono idonea alla conservazione e sono dovute alle condizioni pedo-climatiche: la Patata della Sila è infatti coltivata su terreni tendenzialmente sabbiosi, permeabili e di facile lavorazione; la crescita è costante, lenta e favorita dal clima estremamente secco d’estate e freddo d’inverno, con escursione termica giornaliera e radiazione prolungata.
Le condizioni climatiche, inoltre, contrastano in modo naturale gli eventuali attacchi di parassiti, permettendo di ridurre al minimo i trattamenti.
La Patata della Sila viene coltivata in luoghi lontani da fonti di inquinamento e viene irrigata con acqua di sorgente.

La coltivazione della Patata nella Sila ha una storia lunga e documentata.
Un primo cenno alla sua coltivazione si trova nella Statistica del Regno di Napoli del 1811.
Nel 1955 nasce il “Centro Silano di Moltiplicazione e Selezione delle Patate da Seme” con il compito di favorire la diffusione dei semi certificati.
Alcuni studi datati 1988, attestano che l’Altopiano Silano era tra i maggiori bacini di produzione di patate da semina.
Dall’aprile 1998 fino ad ottobre 2010, la Patata della Sila ha fatto parte dell’albo dei prodotti agroalimentari tradizionali calabresi. In seguito è stata riconosciuta come prodotto IGP, conquistando il marchio europeo, ed è inoltre iscritta nell’albo dei prodotti di montagna.

La coltivazione della patata ha rappresentato da sempre un’importante fonte economica per l’Altopiano silano. Nel corso degli anni le famiglie contadine del luogo hanno continuamente tramandato la coltivazione della patata e, nonostante le origini della sua introduzione sono antiche, è solo a partire dagli ultimi decenni che intorno alla sua coltivazione si è sviluppato un positivo sistema economico e produttivo.
Dal punto di vista “sociale”, la pataticoltura impegna circa 1.200 famiglie, senza contare l’indotto.

La Patata della Sila è percepita come prodotto di qualità dalle popolazioni che circondano l’Altopiano della Sila, che se ne approvvigionano direttamente dalle aziende produttrici.
Particolarmente rinomata è anche nei mercati della Sicilia, della Puglia e della Campania che mantengono stabili legami commerciali fin dagli anni ’50.

L’ottima reputazione della Patata della Sila è testimoniata anche dall’enorme successo che hanno le manifestazioni e le sagre sul tema, che sono un richiamo per moltissimi turisti.
Tra queste, da segnalare la famosissima Sagra della Patata della Sila che dal 1978 si celebra nel mese di ottobre a Camigliatello Silano, unitamente alla Mostra Mercato della Patata della Sila e delle Macchine Agricole.
Dal 1980, a Parenti, l’ultima domenica di agosto si svolge una grande manifestazione di carattere folkloristico e culinario sulla Patata della Sila.

Il legame culturale è sottolineato anche dal largo impiego della patata in numerose ricette tipiche della tradizione gastronomica locale, come “pasta, patate e uova”, “pasta e patate al forno”, “pasta, patate e zucchine”, “pasta patate finocchio selvatico e carne”.

Il Consorzio di Tutela Patata della Sila IGP è stato costituito nel 2010 e riconosciuto nel 2012 come unico soggetto incaricato per la cura degli interessi generali della Patata della Sila IGP.

Per informazioni:
Consorzio di Tutela Patata della Sila IGP
Via Forgitelle 28, Camigliatello Silano
Tel. 0984 1633626
Sito internet: http://www.patatadellasilaigp.com

 

I Fichi di Cosenza

Fichi di Cosenza

Fichi di Cosenza rappresentano una risorsa economica e sociale molto importante, una produzione affascinante e storicamente rilevante per la Calabria e per la provincia di Cosenza.

La loro importanza è percepibile anche dalla ricca documentazione di cui si dispone: documenti ufficiali, scritti di viaggiatori, relazioni agronomiche ed economiche, documenti destinati ai fini della Denominazione di Origine Protetta.

Sull’introduzione della pianta di fico in Calabria non si hanno fonti certe, ma si pensa che sia giunta tramite i viaggiatori che la utilizzavano come merce di scambio in epoca greco-romana.
La sua coltivazione si è insediata velocemente sul territorio, specialmente in provincia di Cosenza, grazie al clima ideale.
Nel tempo si è consolidata una produzione di fichi rinomata e per molto tempo considerata tra le principali fonti di sostentamento alimentare e di commercio per il territorio.

La pianta del fico è molto diffusa nell’Italia meridionale, ma ciò che differenzia la produzione cosentina dalle altre è la presenza di un’attività economica fortemente legata alla trasformazione del prodotto.

La trasformazione dei fichi secchi secondo la tradizione cosentina è caratterizzata da un’elevata manualità presente in tutte le fasi di lavorazione, determinante per la qualità del prodotto finale.
Le operazioni di preparazione sono effettuate sempre da personale esperto, che ha acquisito l’abilità nel tempo, tramite gli insegnamenti tramandati di generazione in generazione.

Sulla produzione dei fichi di Cosenza, incidono anche fattori culturali: nella preparazione di trecce, collane, crocette, palloni, vi è un insieme di creatività locale e di simbologia che richiama molti significati sociali e religiosi.

La trasformazione del fico viene distinta in due tipologie di prodotto: essiccato e da forno.
Da alimento povero e tipicamente contadino, il fico essiccato si è evoluto nel tempo, soprattutto per merito di alcune aziende di trasformazione che hanno nobilitato le ricette tipiche, trasformandole in prodotti raffinati.

La provincia di Cosenza produce oltre 800 tonnellate di fichi essiccati l’anno, rappresentando oggi la maggior quota di prodotto a livello nazionale. Si tratta di una produzione lavorata prevalentemente dalle aziende di trasformazione locali, specializzate nella produzione di confezioni tipiche.

Nel 2003 è stato costituito il Consorzio del Fico Essiccato del Cosentino, con lo scopo di valorizzare e promuovere i fichi di Cosenza.
È stato realizzato un grande progetto che ha portato all’ammodernamento delle aziende e ad un grande incremento delle superfici produttive.
Il Consorzio ha anche promosso, curato e ottenuto il riconoscimento DOP dei fichi di Cosenza.

 

Moscato di Saracena – Cantine Viola

Moscato di Saracena

Il Moscato di Saracena è un vino passito che si ottiene dal Moscatello di Saracena, vitigno locale, tipico ed esclusivo del comune di Saracena, Città del Vino, nell’area del Pollino in provincia di Cosenza.

Il Moscato di Saracena ha una storia millenaria. Nel XVI secolo il moscato di Saracena faceva parte della lista dei vini dell’Enoteca Pontificia: veniva spedito via nave perché non mancasse mai sulla tavola di Papa Pio IV.
Anche in tempi più recenti si trovano riferimenti precisi a questo vino: è citato nei libri “By the Jonian sea” di George Gissing del 1901 e “Old Calabria” di Norman Douglas del 1915.

Interessante è l’antichissimo procedimento di produzione, che prevede la vinificazione separata del Moscatello di Saracena e delle uve Guarnaccia, Malvasia e in una piccola percentuale la “Adduroca” (termine dialettale che sta per profumata).
L’aroma ed il gusto particolari provengono dall’uva moscatello, raccolta e lasciata appassire per alcune settimane prima della vendemmia, selezionata e schiacciata manualmente.

Da una lunga e lenta fermentazione, si ottiene un vino passito di colore giallo ambra, dall’aroma intenso e dal sapore di miele, fichi secchi, frutta esotica, mandorle e miele, che al palato mantiene eleganza e finezza, discreta persistenza, buon equilibrio e una piacevole nota amarognola.

Il principale artefice della riscoperta di questo vino è stato Luigi Viola, amante della natura, della sua terra e delle tradizioni contadine.
Grazie alla sua passione e alla sua lungimiranza, Luigi ha compreso l’importanza per il territorio di Saracena di recuperare, valorizzare e promuovere il Moscato di Saracena, un vino da meditazione di antichissima tradizione, unico al mondo per la tecnica di vinificazione ed a rischio di estinzione.
La sua produzione era oramai ridotta alle poche famiglie per uso domestico, così, nel 1999, Luigi fonda le Cantine Viola.
Fin da subito Luigi coinvolge la moglie Margherita e i tre figli: Roberto, Alessandro e Claudio, evitando l’estinzione del Moscato di Saracena.

Come previsto dalla tradizione, il Moscatello viene raccolto a settembre, quando raggiunge il punto giusto di maturazione, e viene appeso per 15 – 20 giorni su dei graticci ombreggiati, in modo tale da farlo appassire.
Gli acini disidratati vengono poi selezionati manualmente e sottoposti ad una delicata pressatura.
Nei primi giorni di ottobre vengono vendemmiate la Guarnaccia e la Malvasia.  Dopo una soffice pigiatura, il mosto ottenuto è sottoposto a bollitura che permette di aumentarne il tenore zuccherino e il grado alcolometrico.
I due mosti vengono poi uniti ed ha inizio così una lunga fermentazione e macerazione in acciaio, della durata di sei/sette mesi.
Il Moscato di Saracena è pronto per l’imbottigliamento nella primavera successiva alla vendemmia.

Attualmente la famiglia Viola lavora 5 ettari di vigneto, di cui 4 di proprietà.
Vengono prodotte 2 etichette diverse, per un totale di 10.000 bottiglie, di cui 5.000 di Moscato di Saracena, oltre alla produzione annuale di 1.500 bottiglie di grappa.

I risultati finora ottenuti sono eccellenti: numerosi sono stati i premi ed i riconoscimenti per le Cantine Viola, tra cui:

  • Premio Top Hundred 2004 (cento vini migliori dʼItalia) Club Papillon
  • 5 grappoli “valutazione dʼeccellenza”
Guida DuemilaVini – AIS 2008, 2009, 2010, 2013
  • Nominational Premio Internazionale del Vino Guida DuemilaVini – AIS 2008
  • Finale 3 bicchieri Guida Gambero Rosso 2003-2005 -2006 -2007
  • Riconoscimento tra i vini Intelligenti del Gambero Rosso 2003
  • 3 Bicchieri – Gambero Rosso–Slow Food Editore 2009
  • 3 Bicchieri verdi – Guida Gambero Rosso 2010,ʻ11-ʻ12-ʻ13-ʻ14
  • Migliori Vini Dolci Bio 2009 – 2010 – Guida ai Vini dʼItalia Bio
  • Grande Vino – Guida Slow Wine 2013
  • Corona – Vini Buoni dʼItalia – Touring Club 2013
  • Il Moscato Passito di Saracena 2007 è il MIGLIOR DOLCE dellʼANNO – Premio Speciale Vini dʼItalia 2009 Gambero Rosso e Slow Food.

Anche altri abitanti di Saracena si sono convinti a seguire la strada intrapresa da Luigi, iniziando la produzione del Moscato di Saracena, ed affiancandolo nella battaglia per il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata.

Esattamente un anno fa, vi è stato il riconoscimento del metodo storico del Moscato al Governo di Saracena quale bene culturale della Calabria.

 

Per informazioni:
CANTINE VIOLA
Via Roma 18, Saracena (CS)
Tel. e Fax: 0981 349099
Cell.: 340 3674357
Sito: www.cantineviola.it
Mail: info@cantineviola.it

Miele di Calabria: un primato italiano.

Miele Calabrese

Il miele è un prodotto dalle radici antichissime: ai tempi dei greci era considerato il “cibo degli dei”, Pitagora lo raccomandava come elisir di lunga vita, mentre Omero ne descriveva la raccolta di quello selvatico.
Ai tempi dell’impero romano poi grandi quantità erano importate da Creta Cipro, Spagna e Malta.

Tra i principali produttori di miele troviamo la regione Calabria, che sembra essere l’habitat ideale per la sua varietà di vegetazione e per avere ancora alcune zone incontaminate ideali per gli apicoltori.

Famoso inizialmente per l’uso nella pasticceria ed alla base di molte ricette calabresi, e per gli effetti terapeutici di alcune tipologie, negli anni il miele prodotto in Calabria con le sue diverse varietà è riconosciuto tra quelli con il maggior numero di produzione nel mercato italiano.
Inoltre è stato opportunamente sperimentato in altre varianti, elaborandolo con altre eccellenze di Calabria, rientrando tra i prodotti tipici della regione.

Ben due località calabresi possono fregiarsi del marchio di “Città del Miele“:
– in provincia di Reggio Calabria, San Ferdinando, il cui il territorio è interessato da pregiate coltivazioni di agrumi;
– nella provincia di Catanzaro, Amaroni, circondata da secolari castagni.
In questi luoghi, ma anche in molti altri nella regione, l’esperienza e la passione degli apicoltori hanno saputo trarre dalla variegata ricchezza e qualità ambientale dei territori, il valore d’origine e il segno pregnante della tipicità di un prodotto eccellente.

La produzione dei mieli calabresi è tutelata e valorizzata dal Consorzio Apicoltori di Calabria e dall’Associazione “Amaroni Miele Italiani”.

Le tipologie di miele più comuni in Calabria sono:
Miele di agrumi, così chiamato in quanto un misto di diverse piante di agrumi. Dopo pochi mesi dal raccolto il miele si cristallizza. Il primo odore con forti intensità floreali che ricordano i fiori di zagara, lascerà con il tempo il posto a profumi fruttati simili a quelli delle marmellate di arancia. Tra i mieli più acquistati, secondo solo a quello di acacia nelle scelte dei consumatori.
Miele di castagno, tipico delle aree collinari e montane della Sila della regione Calabria. Si caratterizza per la colorazione scura, il sapore deciso e aromatico. Solitamente preferito da chi non ama i sapori troppo dolci.
Miele di eucalipto, famoso per le sue proprietà terapeutiche in particolare delle malattie legate a raffreddori. Sapore dolce e aromatico, colore ambrato. La Calabria è tra le principali regioni produttrici di questo miele. Nel crotonese se ne produce una variante dalla colorazione più scura e dal sapore più forte.
Miele di sulla, anche in questo caso la regione Calabria vanta il primato di produzione insieme ad Abruzzo, Molise, e Sicilia. Sapore dolce, colore quasi bianco, questo miele tende a cristallizzarsi dopo pochi mesi dal raccolto.
Miele millefiori, la produzione di questo tipo di miele avviene a partire dal nettare di fiori di piante variabili, spontanee, coltivate e/o ornamentali. Le caratteristiche del prodotto sono perciò estremamente variabili a secondo delle diverse zone geografiche e del periodo di produzione in funzione delle specie vegetali in fioritura da cui le api raccolgono il polline.
Sciroppo di propoli e miele, un prodotto che unisce alla delicatezza del miele le capacità terapeutiche della propoli, considerato un antibiotico naturale protettivo dai microrganismi che attaccano le vie respiratorie nei periodi freddi, con azioni lenitive sulle mucose.
Miele di fichi (cotto di fichi), definito miele in maniera impropria, questo prodotto non ha nulla a che fare con le api. In realtà viene prodotto facendo bollire i fichi ed ottenendo una prodotto che si presenta con la stessa densità del miele. Usato in pasticceria, secondo la tradizione calabrese, in particolare per la produzione di mostaccioli, cartellate, mandorlate, torrone, è ottimo anche su gelati, macedonie e panna cotta. Negli ultimi tempi questo prodotto viene sempre più apprezzato come accompagnamento per formaggi, carne e lampascioni fritti. Utilizzato anche a colazione con tuorli d’uovo e zucchero montati, come coadiuvante nel latte.
Una curiosità: tra gli antichi contadini calabresi, con le prime nevicate, vi era l’abitudine di preparare granite (chiamate scirubetta) con neve fresca e cotto di fichi.
Miele piccante, una delle chicche evolutive della cucina calabrese, trattandosi di miele millefiori aromatizzato al peperoncino piccante. L’uso gastronomico lo consiglia abbinato a formaggi di grande spessore, preferibilmente a pasta asciutta, accompagnandovi un vino di notevole struttura che possa reggere il confronto.

 

Le pipe calabresi

Pipe Calabresi

Chi lo avrebbe mai pensato che tra i più famosi produttori di pipe mondiali, conosciutissimi anche all’estero, il primato spetta agli artigiani della Regione Calabria e della provincia cosentina?

La produzione di pipe è realizzata con particolare maestria in alcuni piccoli paesini come Mandatoriccio e Rovito, in provincia di Cosenza, ma anche presso Seminara, in provincia di Reggio Calabria.

Oggi come nel passato, la pipa mantiene il suo fascino e la sua attrazione ed è divenuta molto preziosa e ricercata dai fumatori di particolari qualità di tabacco per i quali, fumare la pipa, non è solo fonte di massimo piacere, ma persino un’arte da raffinare.

In assoluto le migliori e più preziose e ricercate sono le pipe realizzate in legno di radica di Erica arborea, ovvero un legno durissimo e dalla venatura particolare. L’Italia risulta esserne il più importante produttore al mondo detenendo il primato di “pipe fatte a mano” e quindi artigianalmente. Pochi sono i luoghi dove si possono scovare pipe d’alta qualità, originalità e leggerezza: proprio in Calabria vengono prodotti eccellenti esemplari di pipe, esportate in tutto il mondo grazie principalmente alla qualità del legno del territorio.

La riscoperta delle attività artigianali, oltre a contenere un particolare richiamo verso il ritorno ad un sistema di vita più a misura d’uomo, è strettamente collegata ad una riappropriazione delle tecnologie primarie per la realizzazione di manufatti e di prodotti tipici locali, di notevole pregio e forma, che hanno permesso per secoli il mantenimento e lo sviluppo delle condizioni di vita nell’ambito delle comunità locali.
I primi laboratori artigianali in Calabria relativi alla lavorazione del legno per pipe risalgono ai primi del ‘900. La lavorazione della radica in Calabria, per effetto della grande domanda da tutto il mondo, era un settore molto fiorente. La grande ricchezza del lavoro stava nel fatto che la Calabria si poteva disporre di enormi quantitativi di materia prima.

La produzione di pipe è una tradizione tramandata da padre in figlio ed è fra le più antiche e famose attività artigianali della regione. Si tratta di un lavoro appassionante e delicato.

Le pipe calabresi risultano al primo posto nelle collezioni degli amatori e ricercatori più illustri, sia per le loro qualità funzionali che estetiche.
La materia prima prodotta dai boschi calabresi è molto adatta per confezionare pipe di ottima qualità. Particolarmente apprezzata la produzione di pipe di grandissimo pregio realizzate in radica di noce.

Per la realizzazione delle pipe si usa una protuberanza della radice della pianta Erica Arborea detta “ciocco”.
Le radici devono raggiungere una maturazione di tanti anni affinché il ciocco possa raggiungere il volume necessario, ovvero il peso di circa 3 chili per essere lavato, ripulito e lavorato da pazienti artigiani che dai vari pezzi forgiano il taglio e gli abbozzi grezzi. Solo in una seconda fase i ciocchi vengono bagnati ripetutamente per diversi giorni, fatti bollire in grandi caldaie di rame per circa 12 ore al fine di privare il legno di sostanze liquide, della resina e del tannino dal marco e dal tarlo.
Il ciocco, prima di essere utilizzato, viene fatto stagionare almeno 2 anni. La stagionatura può anche essere più lunga e alcuni artigiani calabresi usano il ciocco solo dopo 9 anni. Questa lunga stagionatura infonde al tabacco un gusto particolare ed unico.
Solo dopo la stagionatura, il ciocco viene tagliato ricavandone tre tipi d’abbozzo: il “rilevato” (per le pipe curve) e due “marsigliesi”, grande e piccolo (per le pipe dritte).

La lavorazione è ancora realizzata a mano in tutte le sue fasi.