I Vattienti di Nocera Terinese – Catanzaro

In alcuni centri della Calabria, durante la Settimana Santa, si continua a dar vita ad una serie di suggestive e significative commemorazioni che ricordano la Passione e la Morte di Gesù Cristo. Tra le cerimonie più interessanti, sono da citare quelle che si tengono ogni anno a Nocera Terinese.

Sono manifestazioni di origini antichissime, tramandate di generazione in generazione, che si sono conservate fino ai nostri giorni, resistendo all’inesorabile passare del tempo e superando gli ostacoli posti dalla Chiesa che non è mai stata del tutto favorevole a tali riti.

La testimonianza più antica, risale al 1636. Negli anni la chiesa ha lottato a lungo per fermare questa tradizione. Nel 1958 il Vescovo fece pressioni sul questore e in paese arrivarono polizia e carabinieri per cercare di bloccare i Vattienti, che però, invece che diminuire, aumentarono.

I flagellanti di Nocera Terinese non costituiscono una confraternita religiosa, ma si battono per voto che si adempie per ottenere una grazia o perché l’hanno già ottenuta. Il voto viene sempre fatto per ragioni familiari ed è essenziale per il flagellante compierlo con profonda devozione, anche a costo di grandi sacrifici.

La mattina del Sabato Santo, per le strade di Nocera si diffonde il profumo di rametti di rosmarino messi a bollire nell’acqua: l’infuso serve a tamponare le ferite di chi decide di mortificare le sue carni.

Chi decide di fare questo voto, si prepara con i pantaloncini neri stretti alla coscia e una maglietta scura, assistito da un parente che arrotola il mannile (l’antico copricapo delle donne maritate) sul quale va sistemata la corona di spine di sparacogna, l’asparago selvatico della campagna nocerese. Accanto a lui stanno due pezzi rotondi di sughero, gli strumenti penitenziali: il cardo, con la superficie di cera d’api rappresa, sulla quale sono infisse 13 acuminate scaglie di vetro lunghe 2 millimetri, e la rosa, liscio e levigato. In disparte, appoggiata a un muro, sta la croce di legno fasciata di rosso dell’ecce omo.

Quando tutto è pronto, i due (vattiente ed ecce omo) corrono scalzi fuori di casa.

Intorno alle 8 del mattino, va in scena la processione con la statua dell’Addolorata e del Figlio morente, trasportata su un baldacchino, al convento dei Cappuccini che sta in cima al paese, dai confratelli in tunica bianca.

Intanto i vattienti corrono per il paese, insieme all’ecce omo e all’”amico” con la bottiglia di vino.

Nessuno sa mai bene quanti sono quelli che prenderanno parte al rito. Flagellarsi in pubblico è una faccenda personale. La decisione a volte arriva solo il mattino del sabato dopo notti di conflitti interiori.

Il vattiente corre, sale e scende per le ripide strade di Nocera. In questo modo egli espia i propri peccati e ottiene il perdono per sé e le persone a lui care. In realtà solo quando incontra la processione, il suo rito può dirsi concluso. Allora si batte furiosamente versando il sangue davanti all’Addolorata mentre il vino disinfetta e al tempo stesso tiene aperte le ferite per evitare che rimarginino e che l’offerta di sangue abbia fine.

Infine si inginocchia, si segna e insieme all’ecce omo fa ritorno a casa. Disinfetta le ferite con infuso di rosmarino, si riveste e torna a mescolarsi alla folla per partecipare alla processione del paese.

 

Info:

Comune di Nocera Terinese: tel. 0968 91116