Cacioricotta calabrese

Cacioricotta calabrese

Il Cacioricotta calabrese è un classico formaggio grasso, fresco o di media stagionatura, a pasta semidura, tipico delle province di Reggio Calabria e Cosenza, prodotto con latte di capra di diverse razze.

Anticamente questo formaggio veniva denominato Pane degli Angeli.

Si narra che la Ricotta venne scoperta da un pastore che dimenticò di svuotare la caldaia dal siero. Quando se ne accorse, notò dei fiocchi bianchi e soffici dal sapore dolce galleggiare sul siero dimenticato. Il nome Ricotta deriva appunto dal latino recoctus, cioè ricottura. Con l’avvento della moderna tecnica casearia, invece, si è capito che riscaldando il latte a temperature vicine ai 90° le proteine del siero potevano essere coagulate con il raffreddamento assieme alle caseine che compongono normalmente il formaggio.

Il Cacioricotta calabrese viene prodotto portando il latte crudo alla temperatura di 85-90°, poi raffreddato a circa 36-37°, inoculato con sieroinnesto e addizionato con caglio di capretto. La cagliata viene poi rotta alle dimensioni di un chicco di riso e lasciata sostare sotto siero. Dopo l’estrazione, la pasta trova posto nelle fuscelle. Si lascia stagionare per un periodo che va da 2 a 4 giorni, in locali freschi e aerati, oppure da 10 a 30 giorni (o anche alcuni mesi) se si vuole un prodotto più stagionato. La salatura viene effettuata a secco.

Il Cacioricotta presenta una bassa intensità aromatica se giovane, media intensità e piccantezza invece se di breve stagionatura.

Ha forma cilindrica, a facce piane e le dimensioni possono essere molto varie.
La superficie esterna del formaggio fresco è segnata dalle fuscelle che l’hanno contenuto, abbastanza dura e di colore bianca. La crosta nel formaggio che stagiona è dura, di colore paglierino tendente allo scuro. La pasta è compatta, di colore bianco e senza occhiature nel fresco, mentre nello stagionato è dura, di colore paglierino, con occhiature rade.

Consumato fresco si accosta molto bene alle verdure di stagione. Se stagionato, è ottimo grattugiato su piatti caserecci come la pasta al sugo.

Sangineto: tra montagna e mare calabrese

Sangineto è un piccolo comune della provincia di Cosenza in Calabria, che si articola principalmente in due nuclei:

  • il centro storico, molto caratteristico, che si trova in montagna;
  • il Lido (località Le Crete), che ovviamente si trova vicino al mare.

Il paese è un’ambita meta turistica e d’estate, la zona del Lido vede moltiplicare il numero dei propri abitanti. Sono presenti molti locali e strutture recettive per turisti.

L’origine del centro collinare è antichissima: risale all’epoca della colonizzazione dell’Italia meridionale da parte degli Enotri.
L’insediamento vero e proprio sarebbe stato opera di un gruppo di abitanti di Civitas, città distrutta dai longobardi della contea di Benevento intorno al 680, i quali scampati all’eccidio si rifugiarono intorno al castello in cerca di protezione.

Il nome di Sangineto sembra derivi da una pianta: Cornus sanguinea, chiamata in dialetto sangiddritu.

Durante la dominazione normanna ed angioina la storia dei Sangineto è strettamente legata alla famiglia dei Sangineto, poi tutti i possedimenti della casa passarono prima alla famiglia dei Sanseverino, poi, agli inizi del XVII secolo, a quella dei Maiorana e nel secolo successivo alla casa dei Firrao.
Nel 1848 una spaventosa piena del torrente Sangineto, che attraversa il paese per tutta la sua lunghezza, aggravò la già precaria situazione economica, caratterizzata da attività agricole poco redditizie; ancor oggi con una processione si ricorda l’evento.

I punti di interesse turistico del paese sono molti, a cominciare dalla montagna.
Il primo è il laghetto che si trova ai piedi  di Cozzo la Limpa, dove sono presenti due fenditure di interesse speleogico, anche se non molto profonde.
Il lago Penna è un piccolo laghetto di natura carsica situato in una bellissima pineta contornato da faggeti, che rendono la zona ottimale per fare pic-nic all’aperto specialmente nella bella stagione, quando si ha necessità di un po’ di refrigerio.
Contrada Pantana, un luogo di grande interesse paesaggistico e naturalistico, situato ad ovest del Centro Strico di Sangineto. La località si caratterizza per la ricca presenza di alberi di alto fusto che rende il luogo ideale, per escursioni, passeggiate e pic-nic.
Per gli amanti della montagna, tappa obbligata, è una escursione sulla cima del massiccio del Monte Cannitello, un percorso di media difficoltà che si conclude con la possibilità di godere un panorama stupendo: da un lato la splendida costa dell’alto Tirreno Cosentino e dall’altro i foltissimi boschi dell’entroterra compresi nel territorio del Parco del Pollino. Ad impreziosire questo luogo è stata la recente ultimazione di una piccola e bellissima chiesetta, dedicata alla Virgo Fidelis Patrona dell’ arma dei Carabinieri.

La Chiesa parrocchiale S. Maria della Neve, risalente al 1200, che custodisce un battistero e un portale del 1600.

Al Lido è possibile ammirare il “Castello del Principe“, un castello angioino costruito dai Principi Sanseverino di Bisignano nella seconda metà del XV secolo a pianta quadra con 4 torri e un loggiato, ben conservato anche grazie ad un recente restauro. I giardini del castello in estate ospitano eventi e spettacoli teatrali e musicali (tra cui i concerti del “Peperoncino Jazz Festival“).

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Bandiera Blu 2014: 4 spiagge premiate in Calabria

Come ogni anno, in questo periodo, la FEE assegna la Bandiera Blu alle località turistico-balneari di 41 paesi europei ed extra-europei che soddisfano criteri di qualità relativi ai parametri delle acque di balneazione e al servizio offerto, tenendo in considerazione diversi fattori.

L’obiettivo principale di questo programma, è quello di indirizzare la politica di gestione locale di numerose località delle riviere, verso un processo di sostenibilità ambientale.

Quest’anno l’Italia vede crescere il numero di Bandiere Blu sulle sue spiagge: sono ben 269 contro le 248 dello scorso anno. Un record di spiagge con mare cristallino per il nostro Paese.

Lo scorso anno, le spiagge calabresi ad aver ottenuto la Bandiera Blu erano 3. Quest’anno si aggiunge una nuova spiaggia.

Vediamo nel dettaglio le quattro località balneari calabresi che hanno ottenuto il riconoscimento per l’anno 2014.

Trebisacce è un comune della provincia di Cosenza, che conta quasi 9 mila abitanti. Per la prima volta la cittadina jonica ha ricevuto questo ambito riconoscimento.
I lidi di Trebisacce sono stati definiti “i più belli di tutto il litorale calabrese”. Si tratta di cinque chilometri di costa, lambiti dai due torrenti: Saraceno e Pagliaro e divisi dallo storico pontil; la spiaggia ghiaiosa, ma allo stesso tempo variegata, che va dai sassi del lungomare Magna Grecia ai ciottoli di località 108; le acque pulite e azzurre del mare, frutto di una attenta campagna di salvaguardia ambientale.

Cirò Marina è un comune della provincia di Crotone. È il secondo comune più densamente popolato. Fino al 1952 ha fatto parte del comune di Cirò.
Grazie alla bellezza e la ricchezza del mare è divenuto negli ultimi anni meta turistica rinomata.
Cirò Marina, un lembo di terra dove mare e cielo si fondono insieme in un solo colore, sfumato di toni azzurri e turchesi. Un’oasi di pace nella quale i silenzi della natura si trasformano a poco a poco in una musica di sottofondo fatta di fruscii di foglie cullate dalla brezza del mare, del cinguettio di un passero, dal garrire delle rondini e dell’instancabile canto delle cicali. Un concerto di suoni amici che riportano indietro nel tempo.
Qui tutto quello che nel contesto viviamo ci sembrava irrinunciabile, perde le sue false priorità, per diventare assolutamente superfluo. Le bellezze straordinarie di questi luoghi lambiti dal limpido Mar Ionio, illuminate da un sole splendente nella volta di un cielo sempre azzurro, incastonate in verdeggianti colline di argentei uliveti, di ricchi vigneti e di profumati aranceti, ci riempiono di percezioni che ci riconducono a riscoprire i veri valori della vita e dell’essere.
Cirò Marina é un paese turistico molto amato, non solo per il favoloso clima, ma anche per i vini “Cirò D.O.C.”, conosciuti in tutto il mondo.
Dal 2001 ad oggi, Cirò marina ha ricevuto per 14 volte consecutive la Bandiera Blu.

Melissa è un comune della provincia di Crotone. Si estende dall’entroterra collinare fino alla costa dove si trova la frazione Torre Melissa, piccola ma significativa località turistica che deve la sua notorietà alla Torre Aragonese, nonchè alle spiagge bianche che caratterizzano la costa.
Torre Melissa dista 25 km da Crotone e 6 km da Cirò Marina.
Il depuratore funzionante 365 giorni l’anno garantisce un mare cristallino con arenile di sabbia bianca la cui manutenzione viene assicurata  dall’Amministrazione Comunale con apposito pulispiaggia.
Moderni e attrezzati supermercati, macellerie, salumerie, farmacia, fruttivendoli, pescherie, edicola, abbigliamento, souvenir, ecc..  fanno di Torre Melissa una località balneare capace di soddisfare le esigenze dei turisti.
Nella Frazione Torre Melissa, molto interesse desta la Torre di avvistamento recentemente restaurata, nella quale è realizzato il “Museo della civiltà contadina” e in via di realizzazione quello dell’Enoteca Regionale dove degustare vini e prodotti tipici calabresi.

Roccella Jonica è un comune della provincia di Reggio Calabria.
Il comune si trova sulla Costa Jonica denominata Riviera o Costa dei Gelsomini e sorge sull’antica città magnogreca di Amfissa.
Il litorale di Roccella Jonica mostra una spiaggia balneabile di finissima sabbia bianca. Il bagnasciuga, caratterizzato dalla presenza di sassolini, si affaccia su un mare cristallino ed incontaminato. Un lungomare che si estende lungo 3.500 m consente ai visitatori di godere di una viale per gradevoli passeggiate. E’ stato ampliato nel 2003 con l’aggiunta di un ampio tratto verso Nord che collega Zirgone al Porto Turistico-Peschereccio. E’ il luogo ideale per chi vuole usufruire di un suggestivo patrimonio naturale marino, senza però rinunciare ai confort e ai divertimenti offerti dalle strutture ricettive e ricreative sparse sul territorio.

Vini Calabresi: il Vino Savuto DOC

Vino Savuto Calabria

La Regione Calabria è una grande produttrice di vini.
Oggi vi presentiamo il Vino Savuto Doc, prodotto sul versante tirrenico della Calabria.

Decantato da Plinio e Strabone, amato dai patrizi romani ai cui banchetti non poteva mai mancare, il Savuto era anticamente conosciuto con il nome latino: “Sanutum”.

Nell’Ottocento, l’archeologo francese Francois Lenormant e il viaggiatore inglese Norman Douglas ne hanno segnalato ed esaltato le caratteristiche.
Nel 1933 il Vino Savuto è stato premiato alla prima Mostra Mercato dei vini tipici di Siena e nel 1946 Luigi Veronelli ne ha lodato le doti di vino generoso nella guida ai Vini d’Italia.
Mario Soldati, raccontando di un viaggio a Rogliano in Vino al Vino, afferma che “Il Savuto è il vino più celebrato della provincia di Cosenza, e sta a Cosenza come il Barolo sta a Cuneo”. Poche pagine dopo, descrive come il parroco di Rogliano consideri il vero Savuto solo il “britto”, che vuol dire bruciato: “Nessuno è Savuto, Savuto è solo il Britto”.
Questo vino ha ottenuto la Denominazione d’Origine Controllata nel 1975.

Il Vino Savuto è prodotto nella bassa valle del fiume Savuto. La sua area di produzione interessa circa 20 comuni tra la provincia di Cosenza e quella di Catanzaro:
Rogliano, Santo Stefano di Rogliano, Marzi, Belsito, Grimaldi, Altilia, Aiello Calabro, Cleto, Serra Aiello, Pedivigliano, Malito, Amantea, Scigliano, Carpanzano; e Motta Santa Lucia, Martirano Vecchio, Martirano Lombardo, San Mango d’Aquino, Nocera Terinese e Confluenti.

Questa è una tra le zone di produzione più caratteristiche di tutta la Calabria, dal grande valore paesaggistico e culturale: la coltivazione della vite nell’area di produzione tipica del Savuto Doc si pratica su stretti terrazzi digradanti verso il fondo valle, ottenuti con muretti in blocchi di pietra. Per questo motivo a Rogliano, anticamente, il vino era chiamato “Succo di Pietra”.
Mentre la geologia dei terreni si conserva abbastanza omogenea, racchiusa tra i rilievi montuosi e cristallini della Sila, della Catena Costiera e del gruppo del Reventino; la situazione climatica è più variabile tra le zone collinari, più piovose e umide, e le zone a ridosso del mar Tirreno, dove il clima è più temperato.

Il vino Savuto Doc si produce nell’unica varietà di rosso con l’utilizzo di uva proveniente da vitigni locali come stabilisce il disciplinare di produzione. È previsto l’uso di Gaglioppo fino al 45%, Aglianico fino al 45%, Greco nero e Nerello cappuccio, da soli o congiuntamente, fino al 10%. Possono inoltre essere utilizzati altri vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione nella Regione Calabria fino ad un massimo del 45%. I sentori caratteristici evidenziano al naso note di frutta nera, susine, marasche con sentori speziati, di terriccio e di corteccia. La morbidezza del vino è ben compensata da una buona acidità. Interessante la persistenza che accompagna note speziate e terrose con ritorni di frutta matura.

La gradazione alcolica minima è 12°. Per ottenere la qualificazione Superiore del vino Savuto Doc sono necessari due anni di invecchiamento obbligatorio, che danno al vino una gradazione minima totale del 12,5%.
Questo vino, se bene invecchiato, è abbinato idealmente con della pasta condita con sughi saporiti, zuppe di legumi, arrosti di carne bianca e carni rosse alla griglia, capretto, salumi stagionati come la Soppressata e insaccati piccanti, piatti a base di uova e formaggi a pasta semidura, tra cui il tipico Caciocavallo Silano o il Pecorino Crotonese. Si consiglia di servirlo a temperatura ambiente.

Mongrassano, Cosenza

Mongrassano (Mungrasana in arbëreshë) è un comune di 1.655 abitanti della provincia di Cosenza.

Fino al Medioevo non esistono notizie certe su Mongrassano. Si può supporre che il territorio a valle fosse già abitato in epoche remote grazie a dei ritrovamenti, in particolare in contrada Signorello, di un’anfora di piccole dimensioni risalente al V sec. a.C., riproducente una danzatrice, e di una piastra metallica con un’epigrafe illeggibile.
Le origini dell’abitato di Mongrassano affondano le radici in un passato lontano: fonti storiche ci riportano alla fine del III sec. a.C., durante il periodo romano, quando il console triumviro Marco Licinio Crasso, inseguendo il ribelle Spartaco in fuga dalle legioni romane e diretto verso la Sicilia, si accampò ai piedi della Montagna Magna. Sconfitto Spartaco, il console romano donò i terreni su cui era sorto l’accampamento ad alcuni suoi veterani che si erano distinti in battaglia e da questo venne formato un casale che prese il nome di Mons Crasanus.

Le prime notizie certe affermano che nel 1283 il paese apparteneva a Rostain de Agot; passò poi sotto la giurisdizione del Principe Sanseverino di Bisignano, che nel 1459 ne cedeva la giurisdizione civile al Vescovo di San Marco.

Mongrassano rinacque grazie ai greco-albanesi (arbëreshë) che, dopo aver lasciato la patria a causa della conquista turca, si diressero verso l’Italia.
L’uso della lingua arbëreshë tra gli abitanti oggi è quasi totalmente scomparsa già da circa un secolo.

Mongrassano era casale di San Marco Argentano sede vescovile e, per secoli, centro principale dell’omonimo ducato. A far ripopolare il casale dai profughi albanesi che fuggivano dall’invasione ottomana musulmana, attorno al 1470, fu quasi certamente l’allora duca di San Marco, Luca Sanseverino, il quale era anche principe di Bisignano e uno dei più influenti baroni del Regno di Napoli.
Qualche anno più tardi, nel 1479, il figlio di Luca e nuovo feudatario di quei luoghi, Geronimo Sanseverino, concesse alla Mensa vescovile di San Marco una parte delle sue prerogative feudali relative al casale albanese, e da quel momento i vescovi di San Marco Argentano si fregiarono del titolo di Baroni di Mongrassano
Nel 1543 gli abitanti furono oggetto, come negli altri 44 casali albanesi esistenti in Calabria Citeriore, di uno specifico censimento fiscale che diede questi risultati: 63 “fuochi”, ossia nuclei familiari.

Il confinante “casale” di Serra di Leo, oggi rione del comune di Mongrassano, ebbe una storia diversa. Popolato agli inizi del Cinquecento, nella seconda metà di quel secolo appartenne in feudo prima ai Cavalcanti, e dalla fine del Cinquecento alla fine del Seicento, ai Sersale di Cosenza. Nel gennaio 1750 Serra di Leo venne infeudato a Tommaso Miceli, che aveva acquistato il territorio dai Catalano Gonzaga duchi di Majerà, e che ne divenne Barone. I baroni Miceli, suoi discendenti, esercitarono i diritti feudali e la giurisdizione su Serra di Leo fino al 1806.

Nel 1807 Mongrassano diviene Università del Governo, sciogliendosi dai vincoli feudali e nel 1811 risulta frazione di Serra di Leo.
Nel 1813 Mongrassano fu riconosciuto come paese autonomo, inglobando, dal 1816, Serra di Leo.

Agli inizi del ‘900, molti mongrassanesi cominciarono a lasciare la terra d’origine per cercare fortuna all’estero, specie nelle Americhe.
Nel 1905, precisamente l’8 settembre, tutta la Calabria fu sconvolta da un fortissimo terremoto. Mongrassano fu uno dei paesi più colpiti della zona: seppur non vi furono morti, vi fu un congruo numero di feriti e alcuni rioni furono distrutti quasi del tutto.

A Mongrassano si trovano diverse chiese:

  • La Chiesa di S. Caterina vergine e martire: La fondazione di questa chiesa va ricercata intorno al 1100.
    Di stile romanico, a tre navate, ha un colonnato di marmo sormontato da un matroneo. Il suo portale, risalente al 1938, è opera del maestro Mantovani.
    La chiesa è ricca di dipinti e sculture: si possono ammirare un tabernacolo di Francesco Maria Santoro in argento cesellato, fatto nel 1829 e posto sull’altare maggiore, un quadro dedicato a S. Francesco di Paola posto nella sagrestia, opera di Giovanni Battista Santoro, un busto in legno raffigurante S. Francesco da Paola, le statue di Santa Caterina d’Alessandria, di Santa Lucia, della Madonna del Carmine e dell’Immacolata, tutte opera del noto artista Carlo Santoro.
  • La Chiesa dei Carmelitani (Congrega): nacque probabilmente come chiesa basiliana nella seconda metà del XIII secolo. Nel ‘500 divenne sede dei Carmelitani, che vi costruirono di fianco un proprio Convento, ove attualmente ha sede il Palazzo del Municipio, al quale venne annessa nel 1649 col titolo di “S. Maria del Carmine”. Deve la sua fama col nome di “Congrega” all’aver ospitato la Congregazione laicale della SS. Immacolata, approvata da re Ferdinando IV di Borbone nel 1767.
    Di notevole interesse artistico è il portone ligneo interamente intagliato del XVII secolo, inserito in una cornice di pietra lavorata, attribuita ai maestri scalpellini Costantino Licursi e Cesare Capparelli.
    Al suo interno si può ammira­re sopra l’altare una tela del XVI secolo raffigurante “L’Annunciazione”, probabilmente dell’artista Pietro Negroni e una statua in legno dell’Immacolata scolpita da Carlo Santoro.
    All’esterno è posta una lapide commemorativa dei morti della Seconda Guerra Mondiale.
  • La Chiesa di S. Anna (Annunciazione): è tra le più antiche del paese. L’istituzione risalirebbe ai primi secoli del I millennio d.C., quando fungeva da sede estiva del monastero di Santa Maria della Matina. Situata nel rione di Serra di Leo, attorno ad essa si insediò la prima comunità arbëreshe. Decaduta nel tempo, non è mai stata abbandonata dal culto.
    Al suo interno è possibile ammirare il complesso statuario dell’Annunciazione, posto dietro l’altare maggiore, le statue di S. Anna e del S. Cuore di Gesù, un busto di S. Giuseppe.
    La chiesa è stata ultimamente arricchita da un portone bronzeo con sculture raffiguranti vite di santi, opera dell’artista mongrassanese Francesco Candreva, donato dai mongrassanesi emigrati nelle Americhe.
    Seppur oggi sia nota come S. Anna, la sua vera dedicazione era all’Annunziata. Con questo titolo, infatti, si ritrova nei documenti vaticani.
  • La Cappella S. Maria delle Grazie: sorge laddove ebbe la sua prima sede l’antico convento di Santa Maria, forse dei benedettini. La sua fondazione deve risalire intorno all’anno 1000. Oggi è una cappella privata.
  • La Chiesa di S. Cataldo: sita in località San Cataldo, nella zona a valle del paese. L’edificio religioso è stato ricavato all’interno di una struttura preesistente utilizzata un tempo come scuola.
  • La Chiesa di S. Francesco di Paola: nella zona accanto alla Stazione Ferroviaria, accanto alla villetta comunale in Via Fornaci, si sta completando la costruzione della chiesa dedicata a San Francesco di Paola, sede dell’omonima parrocchia.
    Attualmente, fin quando  non sarà ultimata la costruzione del luogo di culto, le celebrazioni liturgiche per i fedeli della zona si svolgono nei locali comunali adiacenti.
    Il Palazzo, oggi diviso in due ali, una anteriore e una posteriore, presenta una notevole corte interna utilizzata probabilmente come chiostro. L’ala posteriore, la più antica, fu l’ultima sede del Convento di Santa Maria dei Benedettini. L’ingresso del convento era prospiciente alla Chiesa Madre ed il convento stesso era collegato tramite un passaggio a ponte alla chiesa dei Carmelitani. L’ala anteriore del Palazzo, invece, venne edificata nel 1630 ed ospitò, sin dal 1649, il Convento dei Carmelitani di Antica Osservanza.
    Con decreto di Gioacchino Murat del 1809, il convento fu soppresso.
    Il Palazzo oggi si affaccia su quella che è la piazza principale del paese: Piazza Tavolaro.

Inoltre, a Mongrassano si trovano diversi palazzi e monumenti storici:

  • Palazzo Miceli, situato nel rione Serra di Leo, venne edificato per il barone omonimo nel 1750. Da analisi architettoniche è possibile ipotizzare che il palazzo già esistesse, cosicché nel 1750 fu solamente ristrutturato e adattato alle esigenze dei nuovi proprietari. Oggi il Palazzo è di proprietà del Comune e al suo interno hanno sede la Biblioteca Comunale, il Centro Iconografico Arbëresh (C.I.AR.), lo Sportello Linguistico Comunale e la Mostra permanente delle Tradizioni e Cultura Arbëreshe.
  • Palazzo Sarri, è un imponente complesso architettonico del XVIII secolo, con un bellissimo portale scolpito a mano da artisti della scuola fuscaldese e ringhiere di ferro battuto in stile spagnolo.
    Fu sede della famiglia Sarri, tra le più importanti del centro mongrassanese.
    Il busto di Giorgio Castriota, detto Skanderbeg, posto sull’esterno di Palazzo Miceli, dono del Governo Albanese, è stato messo in posa ed inaugurato nel 1991. Egli è tutt’oggi ricordato dai popoli albanesi come eroe della patria in quanto combatté nel XV secolo contro l’avanzata dei Turchi che stavano conquistando i Balcani, per la difesa del territorio abitato dalle popolazioni albanesi.
  • Il Monumento ai caduti è stato costruito nel 1932 per volontà del governo centrale fascista, che ne volle uno in ogni paese e città d’Italia per commemorare i militari caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale. Quello di Mongrassano rappresenta un alpino in bronzo, posto su una colonna di pietra, che scruta l’ampia vallata sottostante. Sui fianchi sono riportati i nomi dei caduti e due targhette commemorative in bronzo provenienti dai mongrassanesi emigrati in Argentina e negli Stati Uniti d’America.

Per info:
Comune di Mongrassano (CS)
piazza Tavolaro 2
Tel: 0984 527209
Mail: info@comune.mongrassano.cs.it
Sito web: www.mongrassano.asmenet.it

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Pasta e patate al forno all’Aiellese

Pasta e patate al forno Aiello

Ingredienti per la pasta e patate al forno all’Aiellese:

  • 500 gr di penne o rigatoni
  • 300 gr di patate
  • parmigiano grattugiato
  • passata di pomodor
  • olio extravergine d’oliva
  • 1 spicchio d’aglio
  • origano
  • sale

Preparazione della ricetta pasta e patate al forno all’Aiellese:

  1. In una casseruola versare l’olio e uno spicchio d’aglio e far rosolare.
  2. Aggiungere la passata di pomodoro, una manciata generosa di origano e il sale.
  3. Lasciar cuocere a fuoco moderato fin quando la salsa non si sarà rappresa.
  4. Nel frattempo pelare le patate e tagliarle a fettine.
  5. Mettere sul fuoco una pentola con abbondante acqua salata. Non appena bolle calarvi le patate.
  6. Lasciare intercorrere un paio di minuti e versarvi anche la pasta.
  7. Ultimata la cottura della pasta, insieme alle patate, scolare con cura e versare in una zuppiera.
  8. Condire con la salsa di pomodoro e unire il parmigiano. Mescolare il tutto delicatamente.
  9. Inserire la pasta così condita in una pirofila nel forno preriscaldato e far cuocere a 250° per 20 minuti circa.

 

Montegiordano, Cosenza

Montegiordano è un piccolo comune della provincia di Cosenza, situato nell’Alto Jonio Cosentino.
Il paese si divide in due nuclei abitativi: Montegiordano Centro, situato a 650 metri di altitudine, e la frazione di Montegiordano Marina, che si trova sulla costa jonica.

Il territorio di Montegiordano era già abitato in epoche remote, come testimoniato da importanti ritrovamenti risalenti all’epoca romana e greca.
Il primo nucleo abitativo di cui si ha traccia risale al IV secolo a.C.

Sul pianoro di Menzinara sono stati ritrovati i resti di una fattoria ellenistico-romana, databile tra la seconda metà del IV secolo a.C. e i primi anni del III secolo a.C.
Il paese era frequentato ancora prima. Infatti, lo storiografo Giorgio Toscano, narra nella sua Cronaca che Pitagora di Samo, durante i suoi spostamenti tra Crotone e Taranto, fosse solito riposarsi e ristorarsi a Montegiordano, nella località Castello.

L’attuale paese di Montegiordano risulterebbe invece fondato fra il 1645 e 1649. La comunità aveva però origini più antiche e viveva a Piano delle Rose, a 3 km dal mare, sopra il pianoro di Menzinara.
A causa delle frequenti incursioni turche, la comunità fu costretta ad abbandonare l’antica patria, dove sorgeva il vecchio castello di Montegiordano, e si rifugiarono nei paesi dell’interno.
Nel 1649 il feudatario Alessandro Pignone del Carretto concesse a un gruppo di pastori e di agricoltori il terreno di Calopardo e in ricordo della vecchia patria vi edificarono la nuova, con il nome di Montegiordano.

L’itinerario, tra l’altro ricchissimo, di Montegiordano inizia con il Castello, un tempo residenza invernale e di caccia del marchese Pignone, che si trova in località Piano delle Rose.
Fu costruito nel ‘600, probabilmente sui resti di un altro più antico.
È dotato di forti e consistenti mura di fortificazione, di numerosi ambienti, stanze, magazzini e stalle e di una cappella nei pressi intitolata alla Madonna del Carmine. Questa cappella, abbandonata perché fatiscente, risale al principio del secolo scorso, e fu ricostruita in seguito allo sbancamento di un’altra precedente, la quale ne sostituiva ancora un’altra. Le diverse riedificazioni, dovute ai continui smottamenti del terreno, hanno portato ad un trapianto topografico radicale per cui l’attuale Cappella del Carmine è stata posta molto più a nord del castello.

Il patrimonio storico-artistico e religioso inizia con la chiesa matrice intitolata a Sant’Antonio da Padova, il cui nucleo originario risale al XIII secolo, ma riedificata nel XX secolo.
Dell’antica struttura restano ancora l’altare marmoreo con intarsi neri, un pulpito in legno, la statua lignea della Madonna del Rosario e una statua della Madonna del Rosario in legno e cartapesta. La nuova chiesa edificata nel 1972, presenta invece un antico Crocefisso che reca i simboli dei mestieri praticati nel paese, portato in processione durante la via Crucis.

La Cappella della Madonna del Carmine, edificata nei pressi del castello, in località Piano delle Rose, si trova oggi in stato di rudere, mentre un tempo era interamente affrescata.

Il percorso continua con la Chiesa della Madonna di Pompei, situata alla marina ed edificata in epoca recente (XX secolo) e inoltre la Chiesa di San Rocco la cui facciata a capanna presenta un bel rosone e all’interno pregevoli stucchi.

La ricchezza di Montegiordano si evince anche dall’ingente patrimonio artistico di natura civile:

  • l’antica fattoria lucana a corte quadrata del IV-III a.C., riportata alla luce negli anni ’80;
  • la casa Formichella, edificio risalente al Settecento e restaurato negli anni ’90, disposta su due livelli;
  •  le casa Manera, risalente al XVII secolo;
  • le case Tarsia e Blefari, di inizio Settecento;
  • Palazzo Solano, costruito su due livelli e in facciata vi campeggia lo stemma gentilizio.

Di fianco alla statale 106 Jonica, si trova il Cementificio, una vecchia fabbrica, un opificio a ridosso di una pineta lussureggiante che lo avvolge e sembra quasi volerlo nascondere.
Questo complesso industriale fu costruito nel 1927 da parte di un industriale barese e attorno ad esso girò l’economia di Montegiordano per parecchi anni.

Ricco anche di bellezze naturalistiche, Montegiordano annovera nel suo patrimonio una splendida spiaggia, un fitto bosco nella pineta di Quarto Miglio e, infine, il bosco comunale Curcio.

Di notevole importanza per il paese, è l’agricoltura.
Negli ultimi anni, tra marzo e aprile, ha luogo a Montegiordano la sagra dei Piselli e delle Fave, di cui abbiamo parlato qui.

 

Per informazioni:
Sito web: http://www.comune.montegiordano.cs.it
Mail: sindaco@comune.montegiordano.cs.it
Tel. 0981 932002

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Sagra dei Piselli e delle Fave – Montegiordano

Sagra piselli e fave Montegiordano

A Montegiodano, in provincia di Cosenza, ogni anno da 5 anni a questa parte, si svolge la Sagra dei Piselli e delle Fave.

L’edizione 2014 è già pronta: sabato 29 e domenica 30 marzo, questo paese dell’Alto Jonio Calabrese è pronto ad accogliere tutti coloro che hanno voglia di gustare questi due prodotti tipici, unendo l’aspetto gastronomico, quello culturale, quello sociale e ricreativo.

L’evento, che gode di una buona risonanza mediatica e soprattutto di ampia partecipazione,  si propone come una mostra-mercato gastronomica di prodotti, dove confluiscono tutti i produttori locali di piselli e fave che espongono e vendono nei loro stand le primizie di stagione.

L’obiettivo della manifestazione è quello di promuovere l’utilizzo dei prodotti tipici dell’agricoltura di Montegiordano e dell’Alto Jonio, valorizzandone la qualità attraverso la degustazione di piatti preparati secondo la tradizione locale e piatti preparati in base alla fantasia di alcuni chef.

Questi prodotti rappresentano un presidio Slow Food, dove i requisiti fondamentali per ottenere questo riconoscimento sono:

–       Qualità del prodotto,
–       Dimostrare che in passato era fonte di guadagno per la nostra comunità,
–       Importanza sociale per la comunità.

Il tutto è organizzato anche con l’obiettivo di incentivare gli agricoltori in loco a percorrere una strada comune: quella del raggiungimento di un Marchio di qualità per piselli e fave locali.

La manifestazione si svolgerà nel comune di Montegiordano ed è organizzata dall’associazione “Onde  Joniche”. Parteciperanno aziende e produttori di Montegiordano e dell’area di Rocca imperiale, Roseto Capo Spulico, Canna, Nocara, Nova Siri, Rotondella Amendolara Oriolo, Castroreggio, Trebisacce, ecc.

Sarà un’occasione anche per la grande sagra paesana, legata al folklore, alla tradizione, all’intrattenimento e laboratori didattici per adulti e bambini, spettacoli, musica itinerante, mostre di antiquariato e di artigianato.

Fin dall’antichità i piselli hanno sempre rappresentato una fonte di nutrimento per tutte le popolazioni ed insieme ai fagioli sono stati gli alimenti più consumati. I piselli già crescevano spontaneamente 9750 anni prima dell’era cristiana. I piselli coltivati, invece, arrivano dalla Cina, ma venivano coltivati anche dai greci e dai romani che li hanno introdotti anche in Europa.
In Inghilterra, durante il Medioevo, venivano usati come salario per i poveri e in Francia erano alla base dell’alimentazione.
I piselli rappresentano gli esponenti di maggior spicco della grande ed importante famiglia dei legumi.
A Montegiordano, in una storia non remota, i piselli e le fave (dal dopo guerra fino a metà degli anni novanta) erano di grande importanza socio-economiche: i nostri piselli e fave arrivavano su tutte le tavole italiane.
Appaiono sul mercato in primavera e hanno sapore dolce e delicato perché, tra tutti i legumi, sono quelli più ricchi di zuccheri e vitamina C, soprattutto se vengono consumati crudi in stagione.
Appena tolti dal baccello permettono di sentire il sapore dolcissimo e quel caratteristico profumo intenso della nostra terra.

Oggi la sagra rappresenta un’attrazione per parecchie persone, che ogni anno raggiungono Montegiordano in questi giorni di marzo per venire a gustare un pezzo di Calabria: perché oltre ai piselli e alle fave, basta percorrere qualche chilometro per trovare altri prodotti tipici di questa terra, come il limone di Rocca Imperiale, l’olio d’oliva DOP di Cosenza, i vini della Cosenza DOC e gli ottimi salumi di Nocara.

 

Per informazioni:
Sito: www.sagradeipiselli.it
Mail: sagrapisellifave@libero.it
Tel.: 393 0938957