A Carfizzi il Parco Letterario dedicato a Carmine Abate

Abate - Carfizzi

A Carfizzi, nell’entroterra crotonese, nasce il primo Parco Letterario dedicato ad uno scrittore vivente.

Si tratta del calabrese Carmine Abate, uno dei migliori narratori contemporanei italiani, che sta riscuotendo un notevole successo anche all’estero. I temi prevalenti nelle opere di narrativa di Abate sono il ricordo delle tradizioni culturali di origine, soprattutto delle piccole comunità arbëreshë, e l’incontro con le popolazioni che risiedono laddove più forte è l’emigrazione del Meridione.

Cosa sono i Parchi Letterari?
Sono spazi fisici o mentali che hanno ispirato le opere di grandi scrittori. Si differenziano da quelli naturali per il fatto che non hanno confini. Il Parco Letterario può comprendere uno i più luoghi: ruderi, case, centri storici, sentieri, vecchie strade dentro o fuori dagli agglomerati abitativi… In tale spazio vanno salvaguardate le esperienze visive ed emozionali dell’autore, con attività che stimolino curiosità e fantasia. Si deve poter effettuare ogni tipo di intervento atto a ripristinare il ricordo del letterato o della sua ispirazione, tenendo conto dell’ambiente, della storia e delle tradizioni di chi vive nel luogo.

Come sarà strutturato il Parco Letterario di Carfizzi?
Ci sarà una sede centrale in una vecchia casa signorile, già Centro Sociale, che stanno finendo di ristrutturare in funzione del Parco. Accoglierà tutte le varie edizioni dei libri di Abate in cui è contenuta la storia del paese, dalla sua fondazione per opera di profughi albanesi, alla fine del Quattrocento, fino ai giorni nostri, passando dalle occupazioni delle terre all’emigrazione. Ci sarà una sala multimediale, dove si potranno vedere dei filmati o interviste, sfogliare gli e-book e altri materiali iconografici in touch screen; una sala con un’esposizione fotografica e un mosaico creato ad hoc; una biblioteca e un percorso didattico per le visite degli studenti.

Oltre ai libri di Carmine Abate, saranno raccolti tutti gli articoli sull’autore e i libri più rari e tradotti.

Saranno compresi nel Parco Letterario i luoghi più importanti e simbolici che potranno essere raggiunti attraverso dei percorsi davvero affascinanti e  in ogni luogo sarà presente una targa di metallo con una frase dell’autore che lo riguarda.

La prima reazione di Abate, quando ha ricevuto la notizia del Parco Letterario a lui dedicato, è stata di stupore.

In un’intervista ha anche detto di aver iniziato a fare i debiti scongiuri: essendo il primo Parco Letterario dedicato ad uno scrittore vivente c’è il vantaggio che il parco è proiettato al futuro dal momento che Abate ha dei nuovi progetti in cantiere.

Questa è una notizia davvero importante per la cultura calabrese.

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Annona di Reggio Calabria

Annona di Reggio Calabria

Chi ha assaggiato l’Annona sostiene che dopo non se ne può più fare a meno, tanto è accattivante il suo gusto.
Parliamo dell’Annona Cherimola, un frutto molto pregiato detto anche “Cirimoia” nella traslitterazione italiana del termine con cui è nota nei paesi d’origine: “Chirimuya”.
L’Annona è una semisconosciuta pianta da frutto originaria degli altipiani andini di Perù, Ecuador, Colombia e Bolivia, già coltivata dagli Incas.
Il legame intenso di questa pianta con la nostra terra, riguarda le poche zone in cui può essere coltivata, che sono quelle di Reggio Calabria e di tutta l’area costiera da Bagnara Calabra a Gioiosa Ionica. Si tratta per lo più di versanti collinari esposti a Sud e prossimi al mare.
La prima piantagione della pianta dell’Annona in Calabria risale al 1797.
Per quanto concerne gli esemplari prodotti nella città di Reggio Calabria, questo frutto vanta una De.c.o. (Denominazione Comunale di Origine): “Annona di Reggio”.
Nella città calabrese troviamo la pianta fra le specie esotiche che impreziosiscono il Lungomare Falcomatà, quello che Gabriele d’Annunzio definiva “il più bel chilometro d’Italia”.
L’Annona si trova anche nell’entroterra e nei comuni vicini a far bella mostra di sé nei giardini di antiche ville o negli “horti conclusi” di vecchi palazzi, eredità del gusto per le piante esotiche diffuso soprattutto presso le classi colte e benestanti fra XVIII e XIX secolo.
Gli anziani del posto da sempre degustano “u nonu”, declinando al maschile il nome di questo frutto coltivato spesso in associazione con gli agrumi.

La pianta dell’Annona fiorisce in estate, con fiori bianchi o delicatamente verdi. Dopo 5 – 8 mesi dalla fioritura, i frutti vengono raccolti prima che raggiungano lo sviluppo, e una volta colti portano a termine la maturazione nell’arco di qualche giorno.
I frutti dell’Anona di Reggio Calabria hanno un gusto aromatico, un profumo delicato, ricco di polpa e di succo: il loro sapore è intensamente dolce, comunica un senso di freschezza. La polpa è di colore bianco-crema con semi scuri. Quando la maturazione è completa, i frutti hanno generalmente un peso di circa 300 grammi, ma possono anche raggiungere un peso maggiore.
Il consumo ottimale è quello al giusto grado di maturazione, tendente al sovramaturo, possibilmente freddo e tagliato a metà da consumarsi al cucchiaio, anche perché è difficile da sbucciare senza rovinarlo.
Diversi sono i prodotti dolciari tradizionalmente realizzati con l’Annona: il gelato, il sorbetto, il babà, la marmellata e dessert vari.
L’Annona è un frutto molto nutriente per via dell’altro contenuto di zuccheri e proteine, oltre alle buone dosi di vitamina C, calcio e potassio.

Mongrassano, Cosenza

Mongrassano (Mungrasana in arbëreshë) è un comune di 1.655 abitanti della provincia di Cosenza.

Fino al Medioevo non esistono notizie certe su Mongrassano. Si può supporre che il territorio a valle fosse già abitato in epoche remote grazie a dei ritrovamenti, in particolare in contrada Signorello, di un’anfora di piccole dimensioni risalente al V sec. a.C., riproducente una danzatrice, e di una piastra metallica con un’epigrafe illeggibile.
Le origini dell’abitato di Mongrassano affondano le radici in un passato lontano: fonti storiche ci riportano alla fine del III sec. a.C., durante il periodo romano, quando il console triumviro Marco Licinio Crasso, inseguendo il ribelle Spartaco in fuga dalle legioni romane e diretto verso la Sicilia, si accampò ai piedi della Montagna Magna. Sconfitto Spartaco, il console romano donò i terreni su cui era sorto l’accampamento ad alcuni suoi veterani che si erano distinti in battaglia e da questo venne formato un casale che prese il nome di Mons Crasanus.

Le prime notizie certe affermano che nel 1283 il paese apparteneva a Rostain de Agot; passò poi sotto la giurisdizione del Principe Sanseverino di Bisignano, che nel 1459 ne cedeva la giurisdizione civile al Vescovo di San Marco.

Mongrassano rinacque grazie ai greco-albanesi (arbëreshë) che, dopo aver lasciato la patria a causa della conquista turca, si diressero verso l’Italia.
L’uso della lingua arbëreshë tra gli abitanti oggi è quasi totalmente scomparsa già da circa un secolo.

Mongrassano era casale di San Marco Argentano sede vescovile e, per secoli, centro principale dell’omonimo ducato. A far ripopolare il casale dai profughi albanesi che fuggivano dall’invasione ottomana musulmana, attorno al 1470, fu quasi certamente l’allora duca di San Marco, Luca Sanseverino, il quale era anche principe di Bisignano e uno dei più influenti baroni del Regno di Napoli.
Qualche anno più tardi, nel 1479, il figlio di Luca e nuovo feudatario di quei luoghi, Geronimo Sanseverino, concesse alla Mensa vescovile di San Marco una parte delle sue prerogative feudali relative al casale albanese, e da quel momento i vescovi di San Marco Argentano si fregiarono del titolo di Baroni di Mongrassano
Nel 1543 gli abitanti furono oggetto, come negli altri 44 casali albanesi esistenti in Calabria Citeriore, di uno specifico censimento fiscale che diede questi risultati: 63 “fuochi”, ossia nuclei familiari.

Il confinante “casale” di Serra di Leo, oggi rione del comune di Mongrassano, ebbe una storia diversa. Popolato agli inizi del Cinquecento, nella seconda metà di quel secolo appartenne in feudo prima ai Cavalcanti, e dalla fine del Cinquecento alla fine del Seicento, ai Sersale di Cosenza. Nel gennaio 1750 Serra di Leo venne infeudato a Tommaso Miceli, che aveva acquistato il territorio dai Catalano Gonzaga duchi di Majerà, e che ne divenne Barone. I baroni Miceli, suoi discendenti, esercitarono i diritti feudali e la giurisdizione su Serra di Leo fino al 1806.

Nel 1807 Mongrassano diviene Università del Governo, sciogliendosi dai vincoli feudali e nel 1811 risulta frazione di Serra di Leo.
Nel 1813 Mongrassano fu riconosciuto come paese autonomo, inglobando, dal 1816, Serra di Leo.

Agli inizi del ‘900, molti mongrassanesi cominciarono a lasciare la terra d’origine per cercare fortuna all’estero, specie nelle Americhe.
Nel 1905, precisamente l’8 settembre, tutta la Calabria fu sconvolta da un fortissimo terremoto. Mongrassano fu uno dei paesi più colpiti della zona: seppur non vi furono morti, vi fu un congruo numero di feriti e alcuni rioni furono distrutti quasi del tutto.

A Mongrassano si trovano diverse chiese:

  • La Chiesa di S. Caterina vergine e martire: La fondazione di questa chiesa va ricercata intorno al 1100.
    Di stile romanico, a tre navate, ha un colonnato di marmo sormontato da un matroneo. Il suo portale, risalente al 1938, è opera del maestro Mantovani.
    La chiesa è ricca di dipinti e sculture: si possono ammirare un tabernacolo di Francesco Maria Santoro in argento cesellato, fatto nel 1829 e posto sull’altare maggiore, un quadro dedicato a S. Francesco di Paola posto nella sagrestia, opera di Giovanni Battista Santoro, un busto in legno raffigurante S. Francesco da Paola, le statue di Santa Caterina d’Alessandria, di Santa Lucia, della Madonna del Carmine e dell’Immacolata, tutte opera del noto artista Carlo Santoro.
  • La Chiesa dei Carmelitani (Congrega): nacque probabilmente come chiesa basiliana nella seconda metà del XIII secolo. Nel ‘500 divenne sede dei Carmelitani, che vi costruirono di fianco un proprio Convento, ove attualmente ha sede il Palazzo del Municipio, al quale venne annessa nel 1649 col titolo di “S. Maria del Carmine”. Deve la sua fama col nome di “Congrega” all’aver ospitato la Congregazione laicale della SS. Immacolata, approvata da re Ferdinando IV di Borbone nel 1767.
    Di notevole interesse artistico è il portone ligneo interamente intagliato del XVII secolo, inserito in una cornice di pietra lavorata, attribuita ai maestri scalpellini Costantino Licursi e Cesare Capparelli.
    Al suo interno si può ammira­re sopra l’altare una tela del XVI secolo raffigurante “L’Annunciazione”, probabilmente dell’artista Pietro Negroni e una statua in legno dell’Immacolata scolpita da Carlo Santoro.
    All’esterno è posta una lapide commemorativa dei morti della Seconda Guerra Mondiale.
  • La Chiesa di S. Anna (Annunciazione): è tra le più antiche del paese. L’istituzione risalirebbe ai primi secoli del I millennio d.C., quando fungeva da sede estiva del monastero di Santa Maria della Matina. Situata nel rione di Serra di Leo, attorno ad essa si insediò la prima comunità arbëreshe. Decaduta nel tempo, non è mai stata abbandonata dal culto.
    Al suo interno è possibile ammirare il complesso statuario dell’Annunciazione, posto dietro l’altare maggiore, le statue di S. Anna e del S. Cuore di Gesù, un busto di S. Giuseppe.
    La chiesa è stata ultimamente arricchita da un portone bronzeo con sculture raffiguranti vite di santi, opera dell’artista mongrassanese Francesco Candreva, donato dai mongrassanesi emigrati nelle Americhe.
    Seppur oggi sia nota come S. Anna, la sua vera dedicazione era all’Annunziata. Con questo titolo, infatti, si ritrova nei documenti vaticani.
  • La Cappella S. Maria delle Grazie: sorge laddove ebbe la sua prima sede l’antico convento di Santa Maria, forse dei benedettini. La sua fondazione deve risalire intorno all’anno 1000. Oggi è una cappella privata.
  • La Chiesa di S. Cataldo: sita in località San Cataldo, nella zona a valle del paese. L’edificio religioso è stato ricavato all’interno di una struttura preesistente utilizzata un tempo come scuola.
  • La Chiesa di S. Francesco di Paola: nella zona accanto alla Stazione Ferroviaria, accanto alla villetta comunale in Via Fornaci, si sta completando la costruzione della chiesa dedicata a San Francesco di Paola, sede dell’omonima parrocchia.
    Attualmente, fin quando  non sarà ultimata la costruzione del luogo di culto, le celebrazioni liturgiche per i fedeli della zona si svolgono nei locali comunali adiacenti.
    Il Palazzo, oggi diviso in due ali, una anteriore e una posteriore, presenta una notevole corte interna utilizzata probabilmente come chiostro. L’ala posteriore, la più antica, fu l’ultima sede del Convento di Santa Maria dei Benedettini. L’ingresso del convento era prospiciente alla Chiesa Madre ed il convento stesso era collegato tramite un passaggio a ponte alla chiesa dei Carmelitani. L’ala anteriore del Palazzo, invece, venne edificata nel 1630 ed ospitò, sin dal 1649, il Convento dei Carmelitani di Antica Osservanza.
    Con decreto di Gioacchino Murat del 1809, il convento fu soppresso.
    Il Palazzo oggi si affaccia su quella che è la piazza principale del paese: Piazza Tavolaro.

Inoltre, a Mongrassano si trovano diversi palazzi e monumenti storici:

  • Palazzo Miceli, situato nel rione Serra di Leo, venne edificato per il barone omonimo nel 1750. Da analisi architettoniche è possibile ipotizzare che il palazzo già esistesse, cosicché nel 1750 fu solamente ristrutturato e adattato alle esigenze dei nuovi proprietari. Oggi il Palazzo è di proprietà del Comune e al suo interno hanno sede la Biblioteca Comunale, il Centro Iconografico Arbëresh (C.I.AR.), lo Sportello Linguistico Comunale e la Mostra permanente delle Tradizioni e Cultura Arbëreshe.
  • Palazzo Sarri, è un imponente complesso architettonico del XVIII secolo, con un bellissimo portale scolpito a mano da artisti della scuola fuscaldese e ringhiere di ferro battuto in stile spagnolo.
    Fu sede della famiglia Sarri, tra le più importanti del centro mongrassanese.
    Il busto di Giorgio Castriota, detto Skanderbeg, posto sull’esterno di Palazzo Miceli, dono del Governo Albanese, è stato messo in posa ed inaugurato nel 1991. Egli è tutt’oggi ricordato dai popoli albanesi come eroe della patria in quanto combatté nel XV secolo contro l’avanzata dei Turchi che stavano conquistando i Balcani, per la difesa del territorio abitato dalle popolazioni albanesi.
  • Il Monumento ai caduti è stato costruito nel 1932 per volontà del governo centrale fascista, che ne volle uno in ogni paese e città d’Italia per commemorare i militari caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale. Quello di Mongrassano rappresenta un alpino in bronzo, posto su una colonna di pietra, che scruta l’ampia vallata sottostante. Sui fianchi sono riportati i nomi dei caduti e due targhette commemorative in bronzo provenienti dai mongrassanesi emigrati in Argentina e negli Stati Uniti d’America.

Per info:
Comune di Mongrassano (CS)
piazza Tavolaro 2
Tel: 0984 527209
Mail: info@comune.mongrassano.cs.it
Sito web: www.mongrassano.asmenet.it

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Sgute Calabresi – Dolci Pasquali

Sgute calabresi

Ingredienti per le Sgute Calabresi:

  • 1 cubetto di lievito di birra da 25 gr
  • 80 gr di acqua
  • 1 kg di farina + 150 gr
  • 5 uova medie
  • 200 ml di olio extravergine
  • 200 ml di latte intero
  • 180 gr di zucchero
  • 1 bicchierino di rum
  • 1 bustina di aroma alla vaniglia

Preparazione della ricetta Sgute Calabresi:

  1.  Sciogliere il cubetto di lievito di birra in un bicchiere con 80 gr di acqua tiepida e un cucchiaino di zucchero.
  2. Successivamente versare il lievito disciolto all’interno di una ciotola in cui avrete setacciato 150 gr di farina.
  3. Amalgamare bene il composto e lasciarlo lievitare in un luogo tiepido fino a quando il volume non sarà raddoppiato.
  4. In una ciotola da almeno 2 lt di capacità, miscelare con l’ausilio di una frusta l’olio, il latte intero, lo zucchero, l’aroma alla vaniglia, il bicchierino di rum e le 5 uova.
  5. Aggiungere quindi la farina e, continuando ad impastare energicamente, il panetto lievitato.
  6. Una volta ottenuto un impasto omogeneo lasciarlo lievitare per un’altra ora coperto da un canovaccio.
  7. Su una placca rivestita con carta da forno posizionare delle porzioni di impasto a forma di trecce, esse, panieri, corone o piccoli pani. Le forme realizzate possono essere guarnite ulteriormente aggiungendo uova sode intere con il guscio.
  8. Sbattere un tuorlo d’uovo insieme a due cucchiai di latte e spennellare con il composto le sgute.
  9. Cuocere in forno già caldo a 180°, per circa 30’.

 

Le tradizioni di Pasqua in Calabria

Pasqua in Calabria

Una delle festività più sentite in Calabria è la Pasqua, in alcuni luoghi addirittura ancora più del Natale.

Di sicuro una delle ragioni del successo dei festeggiamenti pasquali, risiede nella grande religiosità della popolazione calabrese, ma non dimentichiamo il fatto che in Calabria le tradizioni popolari sono davvero molto radicate.

La Pasqua è il periodo in cui si organizzano diverse manifestazioni folkloristiche che affondano le proprie radici nella tradizione pre-cristiana.

Quasi in ogni paese vengono organizzate delle manifestazioni pasquali secondo le usanze del posto: processioni, veglie, benedizione dei sepolcri, feste popolari…

Inoltre, a Pasqua, i calabresi amano preparare dolci tradizionali molto gustosi e dal grande valore simbolico, come i cuculi, anche chiamati cuzzupe o cuddhuraci, le nepitelle, i mostaccioli, i crustuli, i cici arbereshe ed i jaluni grecanici.

Per quanto concerne invece le tradizioni popolari, queste si svolgono principalmente tra il giovedì santo e la domenica di Pasqua. Il filo conduttore delle cerimonie è il dolore per la morte del Signore e ciò si traduce in nenie struggenti che fanno da sottofondo musicale alle rappresentazioni: a Decollatura (Catanzaro), ad esempio, questi particolari canti funebri sono chiamati “u chiantu de Maria”, ed accompagnano la processione delle statue.

Molte tradizioni calabresi legate alla Pasqua sono incentrate sulle processioni: sono portate in spalla dalle confraternite le statue o le “vare”.
Portare le statue, nell’Affruntata o nelle normali processioni di Pasqua, è un onore a cui i calabresi tengono molto.
A volte, a fare da portantini ai Santi sono esponenti di famiglie importanti del paese e il privilegio è acquisito nel tempo e tramandato da generazioni.
In altri casi, come a Dasà e a Sant’Onofrio in provincia di Vibo Valentia, si svolge l’Incanto, una vera e propria asta per comprare tale onore.
Originale è ciò che avviene a Sambiase, dove ogni statua è portata da rappresentati di una categoria sociale: Gesù nella vara dai religiosi, Gesù nell’orto dai contadini, Gesù alla colonna dai muratori, Gesù con la corona di spine dai barbieri, il Crocifisso dai falegnami e San Giovanni dagli impiegati.

A Briatico (Vibo Valentia), e in altri posti della Calabria, viene portata in solenne processione la Vara, una sorta di portantina che rappresenta la bara del Cristo Morto. La processione è preceduta da un compaesano in tunica che porta una pesante croce di legno sulle spalle.

A Satriano (Catanzaro), invece, questa parte della cerimonia vede la presenza non del Cristo bensì del Cireneo, che trascina la croce tra due ali di folla che prega e suona le “Traccette”, strumenti di musica popolare in legno.

A Cerchiara di Calabria (Cosenza) è portata in spalla dai fedeli la statua di San Giovanni Evangelista, preceduta dall’esposizione di un gallo vivo, simbolo pagano di forza e rigogliosità.

A Vazzano (Vibo Valentia) i protagonisti del corteo pasquale sono i frati membri della locale congregazione, che per l’occasione indossano una corona di spine e si incatenano le mani, mentre i fedeli disegnano il loro percorso tenendo in mano torce accese realizzate con fiori raccolti in montagna.

Il rito della fiaccolata di Pasqua è presente anche nella tradizione di Pizzo Calabro, dove si porta in processione la statua della Madonna Addolorata che, simbolicamente, si reca al sepolcro del Figlio.

La rappresentazione della vicenda evangelica attraverso le statue in Calabria trova l’espressione più caratteristica nella cosiddetta “Affruntata”, cerimonia tipica delle province di Vibo Valentia e Reggio Calabria. L’Affruntata consiste nel portare in solenne processione le statue di Gesù, di San Giovanni e della Madonna, quest’ultima coperta da un velo nero in segno di lutto. Le statue vengono avvicinate e riallontanate più volte al fine di riprodurre l’episodio dell’annuncio della Resurrezione di Cristo. Questi movimenti sono piuttosto semplici, ma c’è l’usanza di velocizzare i movimenti ad ogni ripetizione e poiché le statue sono piuttosto pesanti e la folla attorno, a volte gli spostamenti non sono agevoli: se qualcosa va storto, ciò viene interpretato dalla cittadinanza come un cattivo presagio.

A Cassano allo Ionio, la Pasqua è celebrata al suono delle “Buccine”, sottili strumenti a fiato simili a trombe ricurve, e delle “Troccole”, strumenti popolari in legno, che accompagnano la sfilata delle verginedde (bambine in tunica), guidate da una donna vestita di bianco e incappucciata che trascina una pesante catena, e dei “Disciplini”, uomini in bianco anche loro incappucciati, che si percuotono con un flagello di metallo.

L’autoflagellazione è alla base del più noto rito pasquale in Calabria, quello dei Vattienti di Nocera Terinese: uomini con le gambe scoperte si percuotono con violenza le cosce con uno strumento chiamato “cardo”, fino a sanguinare copiosamente. Lo spettacolo che ne scaturisce non è adatto a tutti e può facilmente impressionare, ma è una delle tradizioni pasquali calabresi più conosciute.

Anche Mammola conserva scrupolosamente le tradizioni dei suggestivi riti di Pasqua, in particolare delle due Processioni religiose più antiche della storia calabrese, diventati da secoli un appuntamento che ogni anno toccano profondamente il cuore di centinaia di fedeli.
La mattina della Domenica delle Palme, si ha la benedizione delle Palme e degli Ulivi nella Piazzetta antistante la Chiesa Annunziata, e poi la breve Processione arriva fino alla Chiesa Matrice per la celebrazione della Santa Messa.
Il Giovedì Santo, comincia a prepararsi qualche mese prima, con la semina, nelle abitazioni dei fedeli, di lupini, grano, ceci, mais, orzo, perché germoglino, per essere pronti da portare nelle Chiese per l’allestimento dei Santi Sepolcri. Molti fedeli dopo la visita dei Santi Sepolcri si recano al Monte Calvario che con tanta devozione intonano i canti della Passione.
Nel pomeriggio nella Chiesa Matrice viene celebrata la Santa Messa con la lavanda dei piedi ai rappresentanti delle due Confraternite, dell’Annunziata e del S.S. Rosario in abiti tradizionali, che rappresentano i dodici Apostoli, alla fine viene distribuito il pane in ricordo dell’Ultima Cena.
La Processione del Venerdì Santo è molto suggestiva e toccante. È il giorno più atteso della Pasqua. Durante il pomeriggio, tutti i fedeli del paese e turisti seguono la processione della Madonna Addolorata e del Cristo Morto portati dalle due Confraternite, lungo la strada in salita che porta al Monte Calvario, posizionato sul cucuzzolo del paese. Lungo il tragitto vengono letti gli episodi della Via Crucis e cantati i versi della Passione.
Il Sabato Santo, nel cuore della notte, sul piazzale davanti alla Chiesa Matrice, viene acceso un grande fuoco, che viene benedetto, così come avviene pure per l’acqua. Durante la Messa di mezzanotte si ripete, con partecipazione festosa dai fedeli, l’evento suggestivo della Resurrezione di Gesù Cristo.
La Domenica di Pasqua, dopo la Messa, partono due Processioni contemporaneamente ma per due vie diverse: una con la statua del Cristo Risorto e l’altra con la Madonna del Rosario coperta interamente da un velo luttuoso di colore viola. Le due statue, vengono trasportati in spalla e appena giunte da due parti opposte nella vastissima Piazza Ferrari, iniziano la corsa per la “Sbelata”. Nel momento dell’incontro col Figlio, il velo viola della Madonna scompare.
Il ritorno a casa dei fedeli è caratterizzato da un’altra tradizione: la degustazione della “sguta”.

A Badolato Superiore (Catanzaro), la Settimana Santa ha inizio la mattinata del Lunedì Santo con la visita al Santissimo, esposto alla Chiesa Matrice del SS. Salvatore, da parte della Confraternita di S. Caterina D’Alessandria. Il martedì e il mercoledì Santo continuano le visite da parte delle altre confraternite, in particolare con la fratellanza dell’Immacolata e del SS. Rosario.
Il Giovedì Santo è dedicato alla preparazione della Cena Domini nella Chiesa Madre con la vestizione degli Apostoli, la rappresentazione dell’Ultima Cena e con la consegna ai fedeli del Pane Benedetto.
Il Venerdì Santo le chiese sono parate a lutto: le campane rimangono mute e si sente soltanto il suono antico dei “toccareri” che preannuncia la morte di Gesù Cristo.
La Domenica di Pasqua per Badolato avviene “La Cumprùnta”, l’Incontro in piazza S. Barbara tra il Cristo Risorto e sua Madre.
La Cumprunta rappresenta un momento particolarmente importante nelle tradizioni e nella pietà popolare e vede coinvolte anche qui, due delle tre Confraternite con i loro stendardi, i tamburi che suonano a festa e tantissima gente che da ogni dove viene ad assistere commossa alla sacra rappresentazione.
Finita la processione, si assiste al “Ballo degli Stendardi”: l’asta viene innalzata e fatta poggiare sulla mandibola di un confratello che con destrezza e maestria riesce a mantenerla in perfetto equilibrio per molti minuti, addirittura ballando e saltellando al ritmo dei tamburi.
Questa danza è molto significativa e rappresenta il rito propiziatorio d’augurio e di auspicio che la buona riuscita della Cumprùnta esercita ed ha per tutto l’anno.

Rosarno – Reggio Calabria

Rosarno è un comune di quasi 15mila abitanti della provincia di Reggio Calabria, che si trova in un’area densamente popolata, la Piana di Rosarno, al confine con la provincia di Vibo Valentia.

Rosarno è situata su una collina a 67 m di altezza e si affaccia sul porto di Gioia Tauro dominando la pianura circostante, ricca di aranceti e uliveti, come se fosse una terrazza naturale.

Il suo nome, di origine bizantina, significa: “il paese dei membri della famiglia Rùsari”.
Le sue origini sono da ricercare nell’antica colonia greca di Medma, fondata dai locresi alla fine del VI secolo a.C. e che scomparve poi nel II secolo d.C.

Le prime notizie di Rosarno si riscontrano in un codice napoletano risalente al 1037.
Il Paese ebbe una certa rilevanza come “castrum” a protezione della Piana e come stazione obbligata verso la Sicilia quando Ruggero il Normanno pose Mileto a capitale del Regno.
Posta a presidio della Valle del Mesima e della Piana, preda degli eserciti diretti alla conquista della Sicilia, Rosarno fu al centro degli avvenimenti che caratterizzarono la storia della Calabria durante l’Ottocento.
Nel corso della rivolta sanfedista del 1799, occupata dalle truppe francesi, fu liberata dal Cardinale Ruffo, che vi pose il quartier generale per alcuni giorni, in attesa di proseguire la marcia verso nord alla conquista di Napoli.
Durante la spedizione per la conquista del Regno di Napoli, nella città sostarono Giuseppe Garibaldi e il suo esercito.

Nel 1745, a Rosarno nacque il Cardinale Francesco Maria Pignatelli.

Il 5 febbraio 1783 la città fu rasa al suolo da un devastante terremoto che colpì l’intera Calabria. Rosarno registrò la scomparsa di 203 abitanti, ma la conseguenza più grave fu di ordine geologico, con l’abbassamento della vallata del fiume Mesima.
Lo sconvolgimento idrico che ne seguì, comportò l’insorgere della malaria e lo spopolamento urbano, condizione attenuata dagli interventi del Marchese Vito Nunziante, generale del re Ferdinando di Borbone, che iniziò un’azione di bonifica per trasformare la zona paludosa in territorio fertile.

Anche grazie a queste opere di bonifica del territorio, che si protrassero per decenni, Rosarno divenne un polo di attrazione economica e commerciale attirando migliaia di lavoratori dalla zona jonica e dal napoletano, favoriti dalla nuova linea ferroviaria che univa Eboli a Reggio Calabria e che, agli inizi del XX secolo, si segnalava per un traffico merci intenso.
Inoltre, una spinta verso l’evoluzione del settore agrario, fu data dall’occupazione delle terre del Bosco nel 1945: centinaia di famiglie di contadini si insediarono nelle terre incolte dando luogo allo sviluppo di agrumeti e di oliveti.

Rosarno è stato il primo Comune d’Italia a costituirsi parte civile in un processo antimafia.

Nel 2004 il Presidente della Repubblica ha conferito a Rosarno il titolo di città.

Tra i beni artistici della città, di notevole rilevanza sono:

  • La Chiesa di San Domenico, oggi conosciuta come Chiesa del Rosario. La chiesa è stata annessa al Convento dei Padri Domenicani Predicatori, fondato nel 1526 e distrutto dal terremoto del 1783. Unica testimonianza ad oggi del Convento, la Chiesa del Rosario, antica cappella dei frati, ad un’unica navata.
  • La Chiesa Matrice, o di San Giovanni Battista, protettore della città, oggi conosciuta come Santuario di Maria Santissima di Patmos. Di questa chiesa non si conosce l’anno di costruzione, ma risulta iscritta nel Registro Vaticano del 1540. Fu distrutta dal terremoto del 1783 e in seguito ricostruita. In seguito, nel 1929, la chiesa fu abbattuta e riedificata nello stesso sito, ma con una migliore posizione.
  • La Chiesa del Purgatorio, che appariva nel registro parrocchiale del 1698 anche con i nomi di “Chiesa dei morti” o “della Santissima Trinità”. La Chiesa fu distrutta dai terremoti del 1783 e del 1894, e ricostruita successivamente. Al suo interno di trovano la Varetta con Cristo deposto dalla Corce e la Statua del Cristo Redentore, impiegate entrambe durante le processioni della Settimana Santa.
  • La Chiesa dell’Immacolata costruita verso la fine del XVII secolo nella zona dell’attuale Piazza Duomo, abbattuta nel 1942 e ricostruita negli anni ’50 in contrada Gallo da parte della Famiglia dei Varoni Paparatti.
  • La Chiesa dell’Addolorata, fondata come chiesa filiale della Parrocchia di San Giovanni Battista e ingrandita nel 1930.
  • La Torre dell’Orologio, situata nella Piazzetta San Giovanni Bosco ed edificata nel 1812. La sua posizione consente di fare da sfondo alla via principale del paese e di essere il simbolo della città.
  • Inoltre, giusto in questi giorni (il 6 aprile 2014), la città di Rosarno ha inaugurato il Museo Archeologico dell’antica Medma.
    I primi scavi risalgono a circa cento anni fa e diversi oggetti rinvenuti all’epoca, e oggi esposti in diversi musei tra cui il Museo Archeologico di Reggio Calabria o il British Museum di Londra, potranno adesso tornare ad essere ammirati nel loro luogo d’origine.

 

Per info:
Comune di Rosarno
Tel. 0966 7101
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Capocollo di Calabria DOP

Capocollo di Calabria DOP

Il Capocollo di Calabria DOP è un tipico prodotto della salumeria calabrese ed è orgoglio della Calabria insieme agli altri prodotti tipici di questa regione.

Il Capocollo di Calabria presenta una forma cilindrica. Al taglio, le fette, hanno un colore rosso-rosato con marezzatura bianca dovuta al grasso; il profumo è complesso, aromatico e intenso; il sapore è insieme delicato e deciso, gradevolmente speziato per la presenza del pepe  qualche volta del peperoncino.

Intero si conserva per mesi, appeso in luogo fresco e asciutto. Una volta affettato, va invece riposto in frigorifero e consumato entro breve tempo.

Il Capocollo è chiamato così perché è ottenuto dalla lavorazione di tagli suini provenienti dalla parte superiore del lombo (il collo del maiale), zona dove si trovano i muscoli cervicali.
Per la sua produzione, si impiegano suini con peso superiore a 140 kg, che non abbiano superato il quarto mese di età, esclusivamente nati in Calabria, Basilicata, Sicilia, Puglia e Campania, ma allevati in Calabria.
Il peso iniziale della carne, a crudo, deve essere compreso tra i 3,5 e i 4,5 kg e deve presentare uno strato di grasso di circa 3 – 4 millimetri, in modo tale che mantenga morbida la carne durante il processo di stagionatura.

La carne viene quindi disossata e lasciata a contatto con il sale per un tempo che va dai 4 agli 8 giorni. Successivamente viene lavata, asciugata e poi bagnata con aceto e vino rosso, quindi massaggiata e aromatizzata con pepe nero in grani, pressata, insaccata nel diaframma parietale del suino e infine legata. L’involucro viene forato per agevolare la fuoriuscita dei liquidi, e il salume viene messo ad asciugare in locali idonei e ben aerati, per non meno di 100 giorni.

La Calabria è rimasta nel tempo una delle poche regioni dove la cultura del maiale è ancora profondamente radicata. Carica di valenze rituali, sopravvive nel tempo e si rinnova perché soddisfa sia i bisogni materiali, sia quelli più immateriali legati alla condivisione ed alla socializzazione.
Nonostante le prime testimonianze relative alla lavorazioni delle carni suine in Calabria risalgano al 1600, le origini della produzione di salumi in tale regione discendono con tutta probabilità ai tempi della colonizzazione della Magna Grecia.

Il Capocollo di Calabria si serve abitualmente come antipasto o secondo piatto, accompagnato dal tradizionale pane casereccio calabrese, verdure cotte e crude, specialmente le cipolle di Tropea e un buon bicchiere di vino rosso locale.

 

Per informazioni:
Consorzio di Tutela dei Salumi di Calabria a DOP
www.consorziosalumidicalabriadop.it/capocollo.html

 

Vino Bivongi DOC

Vino Bivongi

Tra i prodotti tipici offerti dalla Calabria, vi sono ben 12 vini che si forgiano della Denominazione d’Origine Controllata (DOC).
Tra questi troviamo anche il vino Bivongi, un vino “dall’anima schietta, forte e gentile, come lo spicchio di Calabria in cui è prodotto, che digrada dalle Serre fino allo Jonio”.

Il segreto della produzione del vino Bivongi sta nella tradizione, nel clima e nella qualità delle uve scelte.
Questo vino prodotto in provincia di Reggio Calabria, nel territorio dell’antica Enotria, è considerato un elisir di lunga vita.

La sua storia e le sue terre hanno radici nella Magna Grecia.
Inoltre, antichi documenti ritrovati nel Regio Archivio di Napoli attestano che il Monastero greco-ortodosso di San Giovanni Therestis nel 1450 produceva ed esportava oltre centomila litri di vino.
Molto apprezzate sono risultate, soprattutto nel XX secolo, le produzioni di vini robusti con gradazione alcolica sostenuta. Accanto a questi, vi era una produzione di passiti che rendeva i prodotti vinosi di Bivongi unici ed apprezzati nel comprensorio e nella provincia di Reggio Calabria. Accanto al vino, uguale fama avevano le persone specializzate nell’arte della coltivazione della vite: potatori, innestatori nonché i “maestri” della preparazione del vino.

Il vino Bivongi ha ottenuto il riconoscimento DOC da parte dell’Unione Europea soltanto nel 1996. Si produce sul versante orientale della Catena delle Serre, nella bassa valle del torrente Stilaro a ridosso dei comuni di Bivongi, Caulonia, Monasterace, Riace e Stilo nella provincia di Reggio Calabria, e nel comune di Guardavalle in provincia di Catanzaro.

Il vino Bivongi è prodotto nelle versioni Bianco, Rosso (anche Riserva e Novello) e Rosato ed è un vino che si abbina perfettamente con i sapori forti e decisi dei prodotti e dei piatti tipici calabresi. Si può gustare il vino bianco in abbinamento con antipasti, piatti a base di pesce, verdure, formaggi giovani e uova, mentre il Rosso e il Rosato si accompagnano bene con primi, secondi di carne, formaggi maturi e salumi tipici.

Nella produzione del vino Bivongi qualità rosso, vengono utilizzati tra il 30 ed il 50% uve di vitigni del tipo Gaglioppo e Greco nero. Nero d’Avola e Castiglione per il restante 30-50% e altri vitigni a bacca nera per un massimo del 10% della massa totale. Così composto il vino acquisisce una gradazione minima totale del 12°.
Si presenta di colore rosso intenso tendente al granato nella qualità Riserva, che viene invecchiata per almeno 2 anni.
Il rosato invece viene sostanzialmente prodotto con l’utilizzo degli stessi vitigni utilizzati nella produzione del rosso, ma con l’aggiunta di vitigni a bacca bianca per un massimo del 15% della massa totale. Ne risulta dunque una gradazione minima totale intorno al 11,5° ed un colore rosato più o meno intenso dal gradevole sapore vinoso e fruttato.
Il Bivongi qualità bianco si ottiene mescolando il 30-50% di vitigni del tipo Greco bianco e/o Guardavalle, con Malvasia Bianca e/o Ansonica, anch’essi tra il 30-50% e altri vitigni della zona a bacca bianca in quantità non superiore al 30% della massa totale. Il vino così ottenuto avrà una gradazione alcolica minima del 10,5° che gli conferisce un colore paglierino ed un sapore secco.