Pesce castagna con funghi silani

pesce castagna e funghi silani

Ingredienti per il Pesce castagna con funghi silani:

  • 600 gr di pesce castagna
  • 400 gr di funghi porcini della Sila
  • farina q.b.
  • 1 spicchio di aglio
  • vino bianco secco
  • brodo di pesce
  • 1 ciuffetto di prezzemolo
  • olio extravergine di oliva
  • sale

Preparazione della ricetta Pesce castagna con funghi silani:

  1. Pulire il pesce castagna, privarlo della pelle e sfilettarlo.
  2. Tagliarlo in senso trasversale creando delle piccole fettine.
  3. Passarle da entrambi i lati su un po’ di farina.
  4. Mettere le fettine di pesce in una padella antiaderente insieme con l’olio e l’aglio sbucciato.
    Fare rosolare il pesce, unire poco vino e lasciarlo sfumare.
  5. Lavare i funghi, mondarli e tagliarli a fette.
  6. Aggiungere un po’ di brodo di pesce, il prezzemolo tritato e i funghi.
  7. Regolare di sale e fare cuocere per pochi minuti, fino a quando i funghi saranno cotti.
  8. Servire ben caldo.

 

Sangineto: tra montagna e mare calabrese

Sangineto è un piccolo comune della provincia di Cosenza in Calabria, che si articola principalmente in due nuclei:

  • il centro storico, molto caratteristico, che si trova in montagna;
  • il Lido (località Le Crete), che ovviamente si trova vicino al mare.

Il paese è un’ambita meta turistica e d’estate, la zona del Lido vede moltiplicare il numero dei propri abitanti. Sono presenti molti locali e strutture recettive per turisti.

L’origine del centro collinare è antichissima: risale all’epoca della colonizzazione dell’Italia meridionale da parte degli Enotri.
L’insediamento vero e proprio sarebbe stato opera di un gruppo di abitanti di Civitas, città distrutta dai longobardi della contea di Benevento intorno al 680, i quali scampati all’eccidio si rifugiarono intorno al castello in cerca di protezione.

Il nome di Sangineto sembra derivi da una pianta: Cornus sanguinea, chiamata in dialetto sangiddritu.

Durante la dominazione normanna ed angioina la storia dei Sangineto è strettamente legata alla famiglia dei Sangineto, poi tutti i possedimenti della casa passarono prima alla famiglia dei Sanseverino, poi, agli inizi del XVII secolo, a quella dei Maiorana e nel secolo successivo alla casa dei Firrao.
Nel 1848 una spaventosa piena del torrente Sangineto, che attraversa il paese per tutta la sua lunghezza, aggravò la già precaria situazione economica, caratterizzata da attività agricole poco redditizie; ancor oggi con una processione si ricorda l’evento.

I punti di interesse turistico del paese sono molti, a cominciare dalla montagna.
Il primo è il laghetto che si trova ai piedi  di Cozzo la Limpa, dove sono presenti due fenditure di interesse speleogico, anche se non molto profonde.
Il lago Penna è un piccolo laghetto di natura carsica situato in una bellissima pineta contornato da faggeti, che rendono la zona ottimale per fare pic-nic all’aperto specialmente nella bella stagione, quando si ha necessità di un po’ di refrigerio.
Contrada Pantana, un luogo di grande interesse paesaggistico e naturalistico, situato ad ovest del Centro Strico di Sangineto. La località si caratterizza per la ricca presenza di alberi di alto fusto che rende il luogo ideale, per escursioni, passeggiate e pic-nic.
Per gli amanti della montagna, tappa obbligata, è una escursione sulla cima del massiccio del Monte Cannitello, un percorso di media difficoltà che si conclude con la possibilità di godere un panorama stupendo: da un lato la splendida costa dell’alto Tirreno Cosentino e dall’altro i foltissimi boschi dell’entroterra compresi nel territorio del Parco del Pollino. Ad impreziosire questo luogo è stata la recente ultimazione di una piccola e bellissima chiesetta, dedicata alla Virgo Fidelis Patrona dell’ arma dei Carabinieri.

La Chiesa parrocchiale S. Maria della Neve, risalente al 1200, che custodisce un battistero e un portale del 1600.

Al Lido è possibile ammirare il “Castello del Principe“, un castello angioino costruito dai Principi Sanseverino di Bisignano nella seconda metà del XV secolo a pianta quadra con 4 torri e un loggiato, ben conservato anche grazie ad un recente restauro. I giardini del castello in estate ospitano eventi e spettacoli teatrali e musicali (tra cui i concerti del “Peperoncino Jazz Festival“).

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Prodotti tipici calabresi: il Salame Crudo di Albidona

Salame Crudo di Albidona

Ad Albidona, nell’Alto Jonio Cosentino, viene prodotto uno dei salumi tipici riconosciuti a livello nazionale nella lista dei Prodotti agroalimentari tradizionali calabresi: il salame crudo di Albidona.

I salumi di Calabria hanno origini risalenti al periodo Magno-Greco. Le prime documentazioni certe risalgono al 1600, grazie all’opera di Padre Giovanni Fiore da Cropani. Presso testi di cucina calabrese e di storia delle tradizioni popolari esiste documentazione che comprova la tradizionalità del prodotto.

Si tratta di un insaccato crudo a base di tagli di suino che vengono salati, aromatizzati con pepe rosso e nero ed  insaccati in budello di suino.

Il Salame Crudo di Albidona è tradizionalmente prodotto nella stagione invernale, da dicembre a febbraio, periodo in cui avviene la macellazione dei maiali allevati in ambito familiare. I suini vengono sezionati e si selezionano le diverse parti destinate a vari utilizzi.

Questo prodotto viene localmente denominato “sazizza”.

Ha forma cilindrica regolare del diametro di circa 5-7 cm, una lunghezza variabile da 15 a 25 cm ed un peso compreso fra 300 e 500 grammi. Presenta un colore chiaro, con impasto di colore rosato a grana fine conseguente al taglio a mano.

Una volta avvenuta la macellazione del maiale, si prepara un impasto di carne, sale pepe nero e rosso. La carne va tagliata a mano e resa pezzetti piccoli più o meno della stessa grandezza, alla quale si aggiungono sale e pepe nero o rosso. Il tutto si impasta energicamente e si lascia riposare per circa 8 ore. Si lavano bene e più volte gli intestini più stretti con acqua calda, sale e succo d’arancia, che servono a contenere la carne preparata. Una volta pronto l’impasto, si prendono gli intestini, si riempiono e si legano utilizzando dello spago. Alle salsiccie vengono praticate dei piccoli fori, mediante spilloni, per far si che le parti di aria presenti nell’impasto fuoriescano. A questo punto le salsiccie sono pronte per essere appese alla “pertica” dove rimangono per qualche giorno.

Il Salame Crudo di Albidona può essere consumato subito dopo la preparazione (“sazizza ‘rristut” = salsiccia arrostita sulla brace) o dopo circa un mese da quando viene posto sulla pertica (“a virighe”) ed è detta “sazizza cerosa“, ma può essere destinata al consumo anche dopo un tempo più prolungato di stagionatura (“sazizza tost“).

‘A Maritata Calabrese

Maritata Calabrese

La Maritata Calabrese è un prodotto tipico della Regione Calabria.

‘A Maritata, che in dialetto calabrese significa “la sposa”, sugella il matrimonio tra la famosa Cipolla rossa di Tropea ed il peperoncino calabrese per dar vita ad una salsa molto semplice, ma dal gusto inaspettato.
È una salsa piccante, ma non troppo, particolarmente indicata come antipasto o aperitivo in abbinamento ai crostini.
Il sapore leggermente piccante la rende adatta anche come accompagnamento a carni grigliate o formaggi di capra stagionati.
Può anche essere utilizzata come ottimo condimento per la pasta.

‘A Maritata è una conserva profumata e aromatica, che viene preparata in modo molto semplice: la cipolla viene pulita, sbucciata e tagliata finemente; la si pone sotto sale in contenitori di terracotta per 8 giorni circa e, dopo averla fatta sgocciolare e dopo averla triturata finemente, si aggiunge il peperoncino piccante, il rosmarino e si lascia il composto a macerare per alcuni giorni.
‘A Maritata viene poi trasferita in vasetti di vetro a chiusura ermetica e conservata al fresco in locali bui.

Il periodo di produzione di questa salsa, va da maggio ad agosto ed è possibile trovarla presso qualsiasi rivenditore che abbia a disposizione prodotti tipici della Regione Calabria.

Prodotti tipici calabresi: le Prugne di Terranova

Prugne di Terranova

Tra i prodotti tipici della Calabria, a marchio De.C.O., oggi vi presentiamo le Prugne di Terranova.

Le tradizionali Prugne di Terranova sono coltivate nel comune di Terranova Sappo Minulio (RC) e nel comprensorio limitrofo fin da quando l’attuale piccolo borgo rurale era un grande ducato. Vengono anche chiamate “prugne dei frati” (“prùna dì fràti” in dialetto) perché furono probabilmente introdotte nella zona nel ‘500 dai frati benedettini celestini.
Già nel 1691 Padre Giovanni Fiore da Cropani nella sua “Della Calabria illustrata” elencava tra le prugne presenti in Calabria anche “quelle dette di frati, quali sono molto nobili, e delicate”.

Le Prugne di Terranova si presentano con forma ellissoidale, ricoperte di pruina bianca e sono di colore verde fino al momento della maturazione, che avviene tra luglio e agosto, con riflessi dorati e viola intensi. Al sapore le “prugne dei frati ” sono molto dolci ed aromatiche con un retrogusto persistente vegetale e fresco, e lasciano in bocca una gradevole sensazione di acidulo sul finale. La polpa è consistente e densa, poco succosa ed il seme si stacca senza difficoltà.

Un progetto di sviluppo integrato territoriale, avviato nel 2007 con l’ausilio di esperti e tecnici del settore dall’amministrazione Comunale di Terranova, ha consentito la valorizzazione delle tradizionali prugne concedendo il marchio di Denominazione Comunale di Origine (De.C.O.) alle Prugne di Terranova e stimolando la costituzione della Coop. agricola “Terranova”. Quest’ultima ha permesso di razionalizzare la coltivazione, la raccolta e la commercializzazione di questo frutto raro e prezioso e di produrre anche la Confettura extra di Prugne di Terranova De.C.O. e le Prugne secche di Terranova De.C.O.

Un ulteriore progetto di ricerca, sperimentazione e valorizzazione avviato recentemente dal Comune di Terranova S.M., in collaborazione con l’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria, col Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, con l’associazione Città dei Sapori, con la Provincia di Reggio Calabria, con la Coop. agricola “Terranova” ed altri partner, ha consentito e permetterà la caratterizzazione, il miglioramento qualitativo e la ulteriore diffusione della Prugna di Terranova e dei suoi derivati.

Il marchio DE.C.O. ha consentito di far uscire dall’anonimato un prodotto di eccellenza dalle nobili origini e di diffondere il nome della Città di Terranova in Italia e nel mondo.

La Cooperativa agricola “Terranova” nasce nel 2008 su stimolo dell’amministrazione comunale di Terranova, in seguito alla valorizzazione delle tradizionali Prugne di Terranova tramite il marchio De.c.o (Denominazione Comunale di Origine). La cooperativa è formata da circa 50 soci ed ha come scopo quello di razionalizzare la coltivazione delle caratteristiche prugne e concentrare l’offerta del prodotto anche tramite azioni di promozione e valorizzazione integrata nonché tramite l’ausilio ed il supporto ad enti di ricerca ed enti pubblici per progetti di ricerca e sperimentazione. La cooperativa “Terranova” produce anche la confettura extra e le prugne secche per ampliare il calendario commerciale del tipico prodotto terranovese e generare così maggiore economia per il piccolo borgo rurale dalle nobili origini.

Coop. Agricola Terranova
Piazza XXIV maggio, 1 – Terranova Sappo Minulio (RC)
E-mail:  coopterranova@libero.it; info@calabriadeco.it
Sito web: http://www.prugnediterranova.it

 

 

Cannitello: uno dei più caratteristici borghi di mare della Calabria.

Cannitello (U Cannateddu in dialetto reggino) è una frazione di Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria.

Cannitello si affaccia sullo Stretto di Messina e costituisce uno dei più caratteristici borghi di mare della Calabria.
La località si sviluppa interamente lungo la costa calabra dello Stretto ed è uno dei pochi centri abitati con le abitazioni che si affacciano direttamente sulla spiaggia, dalla quale si gode di una vista unica che spazia, nelle giornate di tempo sereno, da Capo Vaticano alle Isole Eolie.

Il nome Cannitello deriva dal latino “Cannæ tellum“, ossia “terra della canna”. Il territorio, infatti, abbonda di questo tipo di vegetazione che, sino al terremoto del 1908, costituiva il materiale con cui si erigeva la struttura delle case più umili.

Fin dall’antichità era un punto strategico fondamentale per i collegamenti con la Sicilia e l’area fu abitata già in epoca preistorica come dimostrano i numerosi reperti archeologici.

Cannitello era chiamata “Fretum Siculum” dai romani. In questa zona sorgeva con tutta probabilità l’antico sito di Colonna Reggina, luogo del traghettamento per la Sicilia.
Nel 36 a.C., nelle acque dello Stretto fra Cannitello e la Sicilia, ebbe luogo la decisiva battaglia navale fra Ottaviano e Sesto Pompeo, che garantì al futuro imperatore Augusto il dominio sul mare.

Risale a questo periodo l’esistenza nell’area di Porticello di un tempio dedicato al dio Nettuno, detto Poseidonio.

Le alture fra Piale e Cannitello furono il teatro dello scontro tra le truppe di Garibaldi e quelle borboniche dei generali Melendez e Briganti nell’agosto del 1860.

Dopo essere stata danneggiata da diversi terremoti a cavallo fra i due secoli, fu interamente distrutta dal terribile terremoto del 28 dicembre 1908, in cui morì il 45% della popolazione del paese. La definitiva ricostruzione del centro abitato fu ultimata soltanto negli anni cinquanta.

Cannitello fu comune autonomo sino al 1927, anno in cui venne annesso insieme ad altri 14 altri comuni, al capoluogo Reggio Calabria. Nel 1933 venne restituita l’autonomia amministrativa a Villa San Giovanni, di cui Cannitello divenne frazione, non essendo più sede di municipio.

I rioni di Cannitello:

  • Altafiumara: è un’altura degradante verso la vallata. In questo rione ha sede un lussuosissimo complesso alberghiero fra i più panoramici al mondo. Fino al XIX secolo la struttura era una fortezza, costruita nel 1810 da Gioacchino Murat durante i suoi mesi di permanenza sul territorio villese, il quale vi installò una batteria di cannoni, di cui rimane un solo esemplare.
  • Cannone: si trova tra la Chiesa di Maria Santissima di Porto Salvo e il Santuario di Maria Santissima delle Grazie di Pezzo. Nel 1902, nel tratto di mare tra la Chiesa di Cannitello e Pezzo vennero ritrovati un cannone e dei resti di una nave nel mare prospiciente: furono rinvenuti diversi cannoni in bronzo e in ferro ossidati che recavano data del 1632 o 1638, appartenenti a navi francesi, spagnole e olandesi. Si pensò, perciò, che nel corso dei una battaglia navale combattuta tra la flotta francese e quella spagnola nelle acque dello Stretto nel XVII secolo fosse affondata una grossa nave da guerra, ma nessuno si sarebbe curato poi di recuperare l’armamento ed il carico. Nel mare dello Stretto, nei pressi di Cannitello, sono stati recuperati altri cannoni appartenenti a navi da guerra o commerciali del XVII e XVIII secolo.
  • Case Alte: è un abitato esistente sin dall’epoca delle invasioni turche, situato su una collina ricca di vegetazione e di vigneti.
  • Commenda è la località dove sorge l’attuale cimitero, prossima a Case Alte. Si ritiene che le massicce muraglie su cui era edificata l’antica Chiesa della Commenda fossero state prese dai resti dell’antico Tempio di Nettuno chiamato Poseidonio. Qui ebbe sede fra il XVI ed il XVII secolo l’Ordine dei Gerosolimitani, da cui la Chiesa della Commenda e il nome della contrada
  • Divale: è una località a ridosso della fortezza di Altafiumara, nella zona dominata dalla Torre Cavallo, ricca di vegetazione e di viti che producono ottima uva corniola e zibibbo. Vicino sorge la contrada Petrello, che fa parte del terreno su cui è stata edificata Torre Cavallo.
  • Ferrito: è un piccolo centro adiacente a Cannitello, sede di una parrocchia dedicata alla Madonna del Rosario. Il luogo è stato chiamato così perché, ai tempi della regina Giovanna vi si estraeva ferro per fabbricare armi.
  • Latticogna si trova nella zona collinosa a nord di Cannitello. Da questa contrada prende il nome il primo ponte dell’Autostrada.
  • Il nome di contrada Pirgo deriva probabilmente dal greco πύργος (pyrgos), che significa torre: infatti, in virtù della sua posizione privilegiata, posta sulle colline sopra Cannitello e Altafiumara, fu ripetutamente utilizzata nei secoli come luogo di avvistamento nello Stretto. Qui sorgeva una torre di vedetta simile a quella di Torre Cavallo, alta circa 10 m, larga 6 m, che durante una forte tempesta alla fine del XIX secolo cadde a valle e fu quasi interamente distrutta. Oggi nell’area sono visibili numerose piccole vecchie torrette in ferro, risalenti agli ultimi decenni del secolo scorso, ora abbandonate.
  • Porticello: è un borgo di mare attiguo all’abitato di Cannitello, luogo di villeggiatura estiva di molti reggini e villesi. Qui fu trovato il famoso relitto greco con la Testa del Filosofo. Inoltre nelle vicinanze di Porticello dovrebbe essersi trovato il Poseidonio.
  • San Gregorio: segna il confine con il comune di Scilla.
  • Santa Trada è una località collinare posta sopra il centro abitato di Cannitello. Sul colle di Santa Trada si erge uno dei due Piloni dello Stretto, costruiti nel dicembre 1955 per il trasporto di elettricità in Sicilia tramite grossi cavi, poi rimossi nel settembre 1994. Il pilone rimane tutt’oggi come testimonianza tecno-archeologica.
  • Valle di Canne: è una località posta nella parte alta e collinosa di Cannitello, che si sviluppa principalmente lungo una strada chiamata appunto via Valle di Canne, che dalla chiesa di Ferrito arriva al cimitero. È prevalentemente composta da terreni agricoli e terrazzamenti, con poche abitazioni. La denominazione del luogo ricorda la i canneti presenti.
  • La vallata Zagarella è posta fra Ferrito e Santa Trada. In essa scorre e si getta a mare il torrente omonimo.

Luoghi ed elementi d’interesse di Cannitello sono:

  • Torre Cavallo: sulle scogliere a strapiombo sul mare dopo Porticello, sotto il Forte di Altafiumara, si erge una torre costiera e antica torre d’avvistamento cinquecentesca. Costruita a spese dell’Università di Scilla intorno al 1559, che pagò un dazio sulla seta alla città di Reggio per poterla edificare.
  • Chiesa di Maria Santissima di Porto Salvo: già dalla fine del XVI secolo esisteva a Cannitello una chiesa detta di Santa Maria di Rocca Verdara, con un adiacente ospizio, appartenente all’Ordine Gerosolimitano di Malta.
    Nel 1690 i padri Gesuiti fondarono a Cannitello una villeggiatura per i convittori del proprio Collegio di Reggio ed edificarono una chiesetta dedicata a San Francesco Saverio, rimanendo a Cannitello sino al 1767, anno dello scioglimento dell’ordine.
    I cannitellesi, incoraggiati ed aiutati dai Cavalieri di Malta e dai Gesuiti, nel 1751 chiesero all’Arcivescovo la costituzione in parrocchia della chiesa di Cannitello. Il 30 ottobre 1761 fu consacrata la nuova Chie­sa dedicata a Maria Santissima di Porto Salvo. Il terremoto del 1783 distrusse la Chiesa che fu ricostruita nel 1853. Grazie alla sua ricchezza architettonica e decorativa, la chiesa richiamava molti fedeli e visitatori dai centri vicini. Il terremoto del 16 novembre 1894 causò lesioni ad una delle torri campanarie e in quello successivo dell’8 settembre 1905 la chiesa di Cannitello fu danneggiata seriamente. Col forte terremoto del 1908, che distrusse interamente l’abitato, rimasero demoliti parte del campanile e l’intero colonnato lato mare. La chiesa dovette essere abbattuta. Dal 2008 al 2010 l’edificio sacro è stato oggetto di importanti lavori di ristrutturazione, a causa della fragilità della moderna struttura portante, che hanno comportato notevoli mutamenti negli interni del tempio.
  • Le filande di Cannitello: dagli inizi dell’Ottocento sino agli anni cinquanta del secolo scorso a Villa ed a Cannitello vi fu una notevole attività filandiera. Prima del terremoto del 1908 erano attive tredici filande a Villa e quattro a Cannitello: la Filanda “Cogliandro”, la Filanda “Fratelli Messina fu Silvestro”, la Filanda “Lamonica” e la Filanda “Rocco Messina & figli”. Oggi molti degli edifici (di proprietà privata) versano in stato di abbandono, mentre altri sono stati radicalmente trasformati, per quanto la struttura sia ancora ben riconoscibile e sottolineata dalla presenza della ciminiera in mattoni.

Nel 1763 si verificò una grave carestia, dovuta alla siccità che rese aride gran parte delle campagne in tutta l’Italia meridionale. A causa di questa, sorsero molte leggende e racconti di miracoli. Si dice che la popolazione di Fiumara di Muro (allora sede della Signoria) scese sino a Cannitello e che si impossessò di alcune barche, avventurandosi in mare con la speranza di trovare qualche nave di passaggio con carichi di grano destinati ad altre località. Si volsero verso un veliero si dirigeva verso Napoli e il capitano ordinò di sparare a salve per impaurire gli improvvisati marinai, ma i fiumaresi non si scoraggiarono, entrarono nella chiesa, presero la statua della Madonna di Porto Salvo e la portarono in processione in mare, issata su di un’imbarcazione, accompagnandola con litanie. Il capitano decise quindi di scendere a riva e di lasciare parte del carico alla popolazione.
Il fatto fu tramandato di generazione in generazione e da allora, ogni estate, il terzo sabato di agosto, la sera prima della festa della Madonna, la statua viene issata su di una grossa barca adibita alla pesca del pesce Spada, festosamente adornata ed illuminata per l’occasione, e portata in processione lungo la costa, dove al passaggio della Madonna vengono accesi i tradizionali falò.

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Vini Calabresi: il Vino Savuto DOC

Vino Savuto Calabria

La Regione Calabria è una grande produttrice di vini.
Oggi vi presentiamo il Vino Savuto Doc, prodotto sul versante tirrenico della Calabria.

Decantato da Plinio e Strabone, amato dai patrizi romani ai cui banchetti non poteva mai mancare, il Savuto era anticamente conosciuto con il nome latino: “Sanutum”.

Nell’Ottocento, l’archeologo francese Francois Lenormant e il viaggiatore inglese Norman Douglas ne hanno segnalato ed esaltato le caratteristiche.
Nel 1933 il Vino Savuto è stato premiato alla prima Mostra Mercato dei vini tipici di Siena e nel 1946 Luigi Veronelli ne ha lodato le doti di vino generoso nella guida ai Vini d’Italia.
Mario Soldati, raccontando di un viaggio a Rogliano in Vino al Vino, afferma che “Il Savuto è il vino più celebrato della provincia di Cosenza, e sta a Cosenza come il Barolo sta a Cuneo”. Poche pagine dopo, descrive come il parroco di Rogliano consideri il vero Savuto solo il “britto”, che vuol dire bruciato: “Nessuno è Savuto, Savuto è solo il Britto”.
Questo vino ha ottenuto la Denominazione d’Origine Controllata nel 1975.

Il Vino Savuto è prodotto nella bassa valle del fiume Savuto. La sua area di produzione interessa circa 20 comuni tra la provincia di Cosenza e quella di Catanzaro:
Rogliano, Santo Stefano di Rogliano, Marzi, Belsito, Grimaldi, Altilia, Aiello Calabro, Cleto, Serra Aiello, Pedivigliano, Malito, Amantea, Scigliano, Carpanzano; e Motta Santa Lucia, Martirano Vecchio, Martirano Lombardo, San Mango d’Aquino, Nocera Terinese e Confluenti.

Questa è una tra le zone di produzione più caratteristiche di tutta la Calabria, dal grande valore paesaggistico e culturale: la coltivazione della vite nell’area di produzione tipica del Savuto Doc si pratica su stretti terrazzi digradanti verso il fondo valle, ottenuti con muretti in blocchi di pietra. Per questo motivo a Rogliano, anticamente, il vino era chiamato “Succo di Pietra”.
Mentre la geologia dei terreni si conserva abbastanza omogenea, racchiusa tra i rilievi montuosi e cristallini della Sila, della Catena Costiera e del gruppo del Reventino; la situazione climatica è più variabile tra le zone collinari, più piovose e umide, e le zone a ridosso del mar Tirreno, dove il clima è più temperato.

Il vino Savuto Doc si produce nell’unica varietà di rosso con l’utilizzo di uva proveniente da vitigni locali come stabilisce il disciplinare di produzione. È previsto l’uso di Gaglioppo fino al 45%, Aglianico fino al 45%, Greco nero e Nerello cappuccio, da soli o congiuntamente, fino al 10%. Possono inoltre essere utilizzati altri vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione nella Regione Calabria fino ad un massimo del 45%. I sentori caratteristici evidenziano al naso note di frutta nera, susine, marasche con sentori speziati, di terriccio e di corteccia. La morbidezza del vino è ben compensata da una buona acidità. Interessante la persistenza che accompagna note speziate e terrose con ritorni di frutta matura.

La gradazione alcolica minima è 12°. Per ottenere la qualificazione Superiore del vino Savuto Doc sono necessari due anni di invecchiamento obbligatorio, che danno al vino una gradazione minima totale del 12,5%.
Questo vino, se bene invecchiato, è abbinato idealmente con della pasta condita con sughi saporiti, zuppe di legumi, arrosti di carne bianca e carni rosse alla griglia, capretto, salumi stagionati come la Soppressata e insaccati piccanti, piatti a base di uova e formaggi a pasta semidura, tra cui il tipico Caciocavallo Silano o il Pecorino Crotonese. Si consiglia di servirlo a temperatura ambiente.

Cortale: il paese che si trova esattamente al centro del punto più stretto della Calabria.

Cortale è un piccolo comune calabrese della provincia di Catanzaro.

La sua particolarità sta nel fatto di essere un centro situato nel Lametino, su una collina da cui è possibile vedere contemporaneamente sia le coste del Mar Ionio, sia le coste del Mar Tirreno. Questo perché Cortale si trova esattamente al centro del punto più stretto della Calabria, ovvero una striscia di terra di circa 30 km che divide i due mari.

Il nome di Cortale deriva probabilmente dal greco “cortazo” (nutrire nella stalla), poi trasformato nel latino “cohortale” (parco di animali).

Le origini di Cortale risalgono intorno ai primi anni 1000. Il primo villaggio sorse intorno al monastero Basiliano intitolato a S. Michele e ai SS. Anargiri (Cosma e Damiano), edificato nel 1070.
In un documento del 1098, si parla di questo monastero e vi è nominata “Cortale”, ma solo come una contrada rurale.

I monaci diffusero l’importanza della preghiera, ma anche una tendenza al progresso sociale e civile. Il paese in questi luoghi trovò uno sviluppo naturale, favorito da un territorio fertile e ricco di corsi d’acqua.

La costruzione del suo centro storico è caratterizzato dalla distinzione in due settori, quello delle “cinque fontane” e quello delle “tre fontane”, che nonostante i terremoti del 1783 e del 1905, ancora oggi  testimoniano il tempo che fu delle  piazze destinate ai mercati, le strade dove avevano sede  le corporazioni e le botteghe degli artigiani, e le  vie costellate da negozi ed artigiani.
L’antica atmosfera può essere assaporata passeggiando nelle viuzze che si intersecano in questa zona, fino a giungere al caratteristico mulino ad acqua che la sovrasta.

Dopo il terremoto del 1783 fu costruita una zona residenziale, denominata “Donnafiori”, nella parte più alta del paese, dove si trovavano le proprietà delle ricche famiglie dei Cefaly e dei Venuti. Queste casate avevano donato gratuitamente le proprie terre per la costruzione delle nuove abitazioni.

Nel corso degli anni Cortale fece parte di diversi feudi.
Il 19 gennaio del 1807 Cortale fu elevata a rango di Università e compresa nel governo di Maida. Quattro anni dopo diventò Comune e fu assegnata al circondario di Maida.
L’1 maggio del 1816, durante il periodo borbonico, diventò capoluogo di circondario con giurisdizione sui comuni di Jacurso, Vena e Caraffa.

La storia di Cortale è lunga quasi 1000 anni e nel paese si trovano ancora numerose tracce del passato:

  • La Chiesa Matrice della Madonna dell’Assunta: di stile barocco, risale al Settecento. Fu interamente ricostruita a seguito del terremoto del 1783, utilizzando i cornicioni ed i portali religiosamente raccolti dalle macerie e disposti nello stesso ordine e motivo ornamentale. All’interno della Chiesa, oltre a numerosi affreschi è possibile ammirare alcune tele, che la tradizione attribuisce ad Andrea Cefaly “il vecchio”. Tutti questi dipinti testimoniano il fermento culturale ed artistico che Cortale visse ai tempi della scuola di pittura istituita dall’artista calabrese nel 1862 col nome “Istituto Artistico Letterario”.
  • La Chiesa di S. Giovanni, dove si possono ammirare altri dipinti dell’artista calabrese. In questa Chiesa è custodita una S. Croce Bizantina in pietra, rinvenuta a Cortale da alcuni contadini tra il 1100 ed il 1200.
  • L’abitazione dell’artista Andrea Cefaly, che permette di addentrarsi ancor di più nella cultura del pittore. Gli affreschi che si ritrovano all`interno del palazzo, comunicano la profonda conoscenza letteraria del Cefaly e il suo amore per Dante.

La strada che sale verso la collina sulla quale sorge Cortale, è una specie di belvedere aperto sui due mari. Sull’estremo lembo del Golfo di S. Eufemia, sulla superba mole della Sila che degrada sui pendii più bassi, disseminati da innumerevoli paesi. L’orizzonte si allunga ed abbraccia il capoluogo calabrese fino a lambirne l’altro mare, nel Golfo di Squillace.  Dopo qualche dolce tornante, scendendo più a valle si trova un angolo dall’estrema bellezza, selvaggio e incontaminato: il terreno si insinua in un anfratto naturale, come tra due ripide montagne distaccate, dalle quali sgorgano dolci sorgenti.

Un monumento tutto naturale, per uno degli scenari più belli dell’estremità settentrionale delle Serre.

Cortale non è soltanto ricca di arte e notevoli persone, ma anche di tradizioni che tutt’oggi vengono tramandate.
Le risorse economiche del paese erano legate all’agricoltura: la vite, l’ulivo, i cereali e le castagne fanno parte delle coltivazioni principali del paese.

Altre attività legata a Cortale sono la pastorizia, le fibre tessili, la coltivazione del baco da seta ripresa negli ultimi anni e l’artigianato del legno che ha lasciato pregiati mobili.

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